"Ho spiato il mondo editoriale E ho visto cose che voi umani..."

Maria Silvia Avanzato ha 28 anni e 5 libri alle spalle. Ma solo uno pubblicato da un marchio importante. È un romanzo crudo e grottesco su chi scrive (e chi edita)

Che la bolognese Maria Silvia Avanzato, 28 anni, abbia perfettamente catalogato il genere umano in virtù di natura e dimensione del sogno di ciascuno di diventare uno scrittore è un fatto, dimostrato nel suo primo romanzo pubblicato «con qualcuno di grosso», come dice lei. Il grosso nome in questione è Fazi e il titolo del romanzo è Crune d'aghi per cammelli (pagg. 254, euro 14,50), ovvero la definizione che la Avanzato ha trovato per il mestiere dello scrittore: «Una di quelle bestiali e improbabili occupazioni che i tuoi guarderanno sempre come un capriccio, che il tuo compagno definirà una velleità idiota e che tu stessa sarai incerta se far mettere per iscritto sulla carta d'identità». Protagonisti del romanzo (il sesto per la Avanzato, anche se, siccome è il primo «con qualcuno di grosso», le danno dell'esordiente) la scrittrice Edgarda Solfanelli - autrice di un solo libro, Willy, il coniglio cagone, per le edizioni Zumpatrilla - e tutto il sottobosco dell'editoria italiana, che messo a nudo senza scrupolo alcuno di apparire polemica, cinica, disperatamente esilarante: feste, sbronze, Salone del Libro, agenti e critici, doppie vite su Facebook, ma soprattutto maneggi e miraggi della pubblicazione messi alla berlina con il lubrico gusto del voyeur. D'altra parte, vista la sua lunga e perigliosa precedente storia editoriale, Maria Silvia ormai non ha paura di niente.

Un inizio buio e tempestoso.
«La scelta di scrivere deve essere dolorosa. Ci pensavo da quando avevo cinque anni. I miei mi volevano medico. Ho scelto legge».

Per depistarli.
«L'ho mollata. E sono diventata la segretaria personale del prefetto di Bologna. Contatti con le alte sfere, ruolo di prestigio, un futuro assicurato, i miei in visibilio. Poi la fuga».

In che senso?
«Con una serie di allegri mezzucci, telefonate finte comprese, mentivo dicendo che andavo in ufficio. Invece mi ero licenziata e ritirata a casa di mia nonna, dove ancora vivo. Per scrivere».

Lavorando non ci riusciva?
«Scrivevo di notte. Mi svegliavo massacrata. E poi mi sembrava di togliere tempo alla scrittura, a far l'impiegata di lusso».

E ha pubblicato cinque romanzi.
«Con piccoli editori locali. E quando ho portato ai miei il frutto della mia scelta clandestina hanno detto: “Ah bravissima, sapevamo che ce l'avresti fatta”. Ma la fame di scrittura deve essere una scelta pazza».

Ha pubblicato anche a pagamento?
«Mai. Sono contrarissima. E poi arrivavano lettere con richieste che non potevo permettermi: “Se avessi questi soldi andrei in Scozia in vacanza”, rispondevo».

Come ha fatto a farsi scegliere, anche dagli editori minori?
«Sono diventata una leggenda nel campo dei concorsi letterari».

In che senso?
«Avrò partecipato a oltre venti concorsi in due anni, su scala nazionale. I primi li ho persi per inesperienza. Poi ne ho vinti quindici di seguito. Tutti. Partecipavo a quelli che avevano in palio la pubblicazione. Mi chiamavano la “vedova nera”: se ero tra i partecipanti, vincevo. Poi prendevo un treno, sola, magari fino a Barletta, e traversavo le città all'alba per partecipare alle premiazioni».

Un calvario.
«Per scrivere un paragrafo su una rivista online mandavo una lettera di tre pagine. Le ho fatte tutte per entrare in questo ambiente».

Compresi i pellegrinaggi al Salone del Libro, ogni anno.
«Torino è ubriacarsi di scrittori, stordirti a vederli mentre pranzano al tavolo accanto, poter scambiare una sola battuta, anche se poi non ti porti a casa niente e loro spariscono per sempre. Per me gli editori erano entità. Andavo al Salone nella speranza di vederli dal vivo. Battevo i corridoi carica di sinossi, con cui probabilmente poi gli editor si facevano sigarettine. Una volta parlai con un editor quaranta minuti, ero felice. Poi a casa scoprii che mi aveva dato una mail falsa».

Ora che li conosci meglio, gli editori?
«Ho capito che sono esseri umani solo quando in Fazi ho visto sul computer di un'editor le foto della sua bimba. “Ma guarda, hanno una vita normale”, ho pensato».

A Fazi com'è arrivata?
«Con il mio agente, Enzo Carcello. Quando le cose si fanno serie, bisogna sempre prendere un agente».

Come Er Crotalo, “l'agente dei Vip” del suo romanzo.
«Er Crotalo è uno dei “contenitori” in cui ho infilato l'ambiente editoriale. Poi c'è la poetessa frustrata che lega in osceno binomio sesso e scrittura; la stalker, che sceglie la scrittrice sconosciuta come astro esistenziale; l'editore dai giudizi inflessibili che diventa figura paterna; lo Scrittore Famoso che non parla mai ma alla fine si scopre che aveva osservato tutto; il fidanzato che sembra perfetto, ma poi anche lui vuole solo pubblicare».

Ma oggi, chi non vuole pubblicare?
«Ah, non so. Io conosco solo gente che vorrebbe».