Le storie di H.P. Lovecraft? Troppo paurose per farci film

Lo scrittore americano, un maestro assoluto nel raccontare l'orrore metafisico, non ha avuto molta fortuna sul grande schermo. Ma ha ispirato capolavori

Howard Phillips Lovecraft morì all'ospedale di Providence il 15 marzo 1937, ad appena 47 anni, di tumore all'intestino. Morì solo e povero: nessuno, a parte rari amici della sua città natale, sapeva della sua malattia, e i suoi racconti pubblicati sulle riviste specializzate allora più note (Amazing Stories, Astounding Science Fiction e soprattutto Weird Tales) non gli davano alcuna sicurezza economica. Era, certo, assai noto, fra gli «amici di penna» e i lettori, ma non si può dire che avesse una vera fama letteraria.

Questa gli giunse dopo la sua morte e, col tempo, è aumentata sempre più: oggi il suo nome è conosciuto in tutto il mondo e i suoi scritti tradotti in moltissime lingue. E il primo a meravigliarsi di tutto questo sarebbe stato proprio lui, ipercritico nei confronti di se stesso.

Sono passati i tempi in cui il critico Edmund Wilson ridicolizzava negli Stati Uniti le sue storie e in Italia Giorgio Manganelli definiva i suoi come «mostri di cartapesta». Tanto per capire la sua odierna popolarità, basti tener presente come è entrato nell'uso l'aggettivo «lovecraftiano» (mostro lovecraftiano, orrore lovecraftiano), cosa che avviene soltanto per chi ha raggiunto una fama universale («dantesco», «kafkiano» ecc.).

Ecco, ma che vuol dire, appunto, orrore o mostro «lovecraftiano»? Cosa li distingue dagli altri di cui la letteratura fantastica è ricchissima dall'800 a oggi? E perché hanno tanta presa sul pubblico non solo di lettori, ma anche di spettatori? Sì perché la narrativa di Lovecraft e l'universo che essa descrive hanno colpito molto anche i registi (e di questo lo scrittore ne sarebbe stato contento essendo un grande appassionato di cinema).

Ma l'orrore di Lovecraft - che si basava soprattutto sul detto/non detto, sull'allusione più che sulla descrizione esplicita - si può rendere visivamente? Certamente i suoi «mostri» non è che non siano rappresentati, ma non è sul loro aspetto esteriore che si basa la paura che incutono, bensì su altro: sulla loro totale estraneità al mondo dell'uomo, sulla indifferenza a esso, sul retaggio di un passato a noi sconosciuto, sul desiderio di riprendere possesso di una loro antica proprietà che è la Terra, sull'annullamento e sulla sospensione delle leggi fisiche che governano il nostro mondo e ci danno sicurezza. Quindi su una generale atmosfera che pervade le storie raccontate dal Maestro di Providence. In esse si sono certo anche orrori fisici (mucillagini, trasformazioni genetiche, degenerazioni fisiche, ibridi umano-animali...), ma non c'è mai una descrizione diretta di sangue e bassa macelleria o episodi efferati, di solito con risvolti sessuali, come nei film splatter: molto è lasciato all'allusione e all'immaginazione (tecnica che l'autore teorizzò nei suoi scritti critici). E proprio in questo sta la difficoltà estrema di trasferire le storie di Lovecraft sullo scherno (grande e piccolo), dalla scrittura alla visione.

A questa impresa improba è dedicato un ampio e dettagliato saggio di Antonio Tentori, un critico specialista di questo genere: H.P. Lovecraft e il cinema (Profondo Rosso, pagg. 240, euro 24,90), ricco di dati e illustrazioni. Tentori, che è anche sceneggiatore, ha esaminato tutte le pellicole ufficialmente tratte dalle storie di Lovecraft: dai film di esordio come La città dei mostri (1963) di Roger Corman tratto da Il caso di Charles Dexter Ward, e La morte dall'occhio di cristallo (1965) di Daniel Haller tratto da Il colore venuto dallo spazio, sino all'ultimo Dagon. La mutazione del male (2001) d Stuart Gordon tratto, nonostante il titolo, da La maschera di Innsmouth, passando attraverso Le vergini di Dunwih (1969), Re-animator (1985 e 1990), La creatura (1988), il film a episodi Necronomicon (1993) e così via. A nostro parere tutti più o meno un fallimento, a parte forse quello di Corman grazie alle suggestioni del bianco e nero, perché nessuno dei registi si è saputo calare nell'orrore di Lovecraft, ma hanno tutti puntato, a parte i riferimenti di nomi e di luoghi, a quel che è l'orrore di oggi: sangue, sesso, terrore viscerale (nel senso letterale del termine) esplicito. Cose che Lovecraft evitava e aborriva.
Assai meglio i film che Tentori definisce «ispirati alla sua opera». Qui l'autore si fa forse prendere la mano dalla sua passione e include anche pellicole che, per noi, non hanno quasi nulla di «lovecraftiano» se non qualche spunto, ma la cui realizzazione cade dove sono caduti già gli altri: ad esempio, i film ormai di culto come Non aprite quella porta (1974) di Tabe Hooper o Le colline hanno gli occhi (1977) di Wes Craven, di certo si ispirano alle famiglie degenerate, omicide e antropofaghe che vivono in luoghi desolati e sperduti dell'America o dell'Inghilterra descritte da Lovecraft, ma tutto finisce lì perché lo scrittore ha sempre descritto i motivi di tale degenerescenza ancestrale, e mai è sceso ai livelli splatter, alle orge di sangue e di sadismo efferato dei due poi famosi registi.

Il meglio in assoluto dei film indirettamente ispirati dall'universo lovecraftiano sono, su piani diversi, Alien (1979) di Ridley Scott e Il Signore del Male (1987) e Il seme della follia (1994) di John Carpenter, tre assoluti capolavori. Il primo perché materializza un puro orrore cosmico, inconcepibile e totalmente estraneo («alieno» vuol dire proprio questo) all'umanità, che ragiona secondo parametri sconvolgenti e indifferenti per noi, una pura materia caotica, anche se ha una forma umanoide, tra l'insetto e il mostro preistorico. Gli altri perché sono opera di un regista visionario che ha capito il messaggio dello scrittore di Providence e costruisce i due film tra sogno e realtà, incubo e veglia, aspettativa e profezia, descrivendo il risvegliarsi e l'infiltrasi del Male e dell'Altrove nella vita quotidiana attraverso una setta e un libro, che non è il solito Necronomicon, ma che aprono anch'essi porte su altre dimensioni inumane trascinandovi l'inerme spettatore.