Lo struggente amore di Jack Kerouac per la nostra fragilità

Una bellissima prostituta messicana diventa metafora della dolorosa condizione umana. Senza moralismi

L'arte è fascista. Al suo rigore razionale essa concede sempre solo una trasgressione: un antiromanzo, un antieroe, un antiquadro, un'antipoesia, ma che sia uno. Poi scatta la rappresaglia, il nonsenso. La sua ricerca dei paradisi naturali è tirannica, e a quelli artificiali concede, anche qui, una e soltanto una chance - che in questo caso si accaparrò, per intero e per sempre, Charles Baudelaire.

Cosa può significare perciò la ripubblicazione dopo tantissimi anni di Tristessa (Oscar Mondadori, pagg. 110, euro 10) di Jack Kerouac? Costretto alla sobrietà creativa, lo scrittore beat produsse un grande libro, On the Road, che essendo grande (ma solo per questa ragione) sopravvisse a tutti gli scompensi che gli impedirebbero di trovare, oggi, uno straccio di editore disposto a pubblicarlo così com'è.
Ma Tristessa, ambientata a Città del Messico, è un minestrone dove le parti scritte da ubriaco, quelle scritte da strafatto e quelle - le peggiori - scritte da sobrio si affastellano come appunti presi freneticamente, senza alcuno stile che non sia il semplice accumulo di particolari.
Nelle pagine più orgiastiche i particolari veri e quelli solo pensati o immaginati si mescolano in un soffocante ma anche affascinante riempimento di ogni possibile frazione di spazio-tempo, fino a mostrarci il mondo come un tutto-pieno senza interstizi, piovoso, farcito di droga, gatti, galline, urla, odor di fritto, panini di carne, prostitute, spacciatori, ladri, alcol, siringhe, scarafaggi, cimici, barbiturici: tutto insieme, premuto in un unico punto come l'istante prima del big bang.

La narrazione non sta in una delle due parti di cui si compone il romanzo ma nel loro accostamento: le due parti di per sé non raccontano altro che vagabondaggi in stato di precaria lucidità alla ricerca perlopiù di un po' di droga, mentre l'accostamento delle due - ambientate a un anno di distanza - ci parla dell'amore mancato del protagonista per una bellissima prostituta messicana di nome Tristessa, che egli non riuscì a far sua quando avrebbe potuto farlo. Un libretto amaro, noioso - direbbe un enotecnico - al gusto ma con retrogusti importanti.
Difficile, sulle prime, trovare qualcosa di tragico in questo universo perennemente barcollante, in queste azioni ripetute (sostanzialmente due: bere e drogarsi) in un mondo che si allunga e si accorcia, si allarga e si stringe come un'immensa caramella gommosa. Nel suo buddismo elementare, panteista e insieme nichilista (succede spesso), nella sua ricerca affannosa di ogni possibile via di fuga dalla tragedia della vita, Kerouac cerca di risolvere il brulichio dell'esistenza nel confortevole Nulla di cui tutto e tutti sono/siamo fatti. Il raggiungimento di un istante di quiete edenica, prenatale, è il compenso sperato, la visione cercata.

Questo bisogno di scomparire come una goccia che si confonde nell'oceano porta il protagonista a rifiutare la carne. Tristessa, la donna che egli ama senza possederla, è appunto la carne («la carne è triste, ahimé!», cantava Mallarmé): ossia il regno del possibile, degli incroci pericolosi, dei nuovi destini che cominciano, e quindi dei dolori, delle pene, delle fatiche, delle speranze destinate a spezzarsi. I legami!, questa cosa così sudicia, peccaminosa...
Dopo un anno, ecco di nuovo il protagonista a Città del Messico, a cercare di recuperare il dramma, la carne, l'odore della vita. Ma il tempo è tutto passato, consumato: «...ho trascorso l'estate scorsa (pietà per il traduttore, n.d.r.) a scrivere poesie nella sua stanza quando Tristessa era mia, mia, e io non la prendevo - Avevo la sciocca ascetica o casta idea di non dover toccare le donne - Forse toccandola l'avrei salvata».

Se non salverà Tristessa, questa tenerezza per la vita salva un sentimento prezioso, che è il cardine poetico del libro: un amore struggente per la fragilità, per la miseria, per l'indegnità, per la pochezza, insomma per l'uomo messo a nudo: a nudo di ogni proprio merito, trionfo, capacità, intelligenza, svuotato di tutto, pura creatura che solo Dio può abbracciare senza averne schifo, ma proprio perciò Sua proprietà. Di Dio sono i miseri, i moribondi, i senza dignità.
Ritrovo in queste pagine la stessa Città del Messico di Roberto Bolaño (cfr: I detective selvaggi), ugualmente poetica ma molto più vibrante, meno intellettuale, dove l'uomo, proprio perché più misero e indifeso, si può incontrare (e amare, e odiare, e ascoltare) più facilmente che a Milano o a New York.
Tristessa, specie di cantico a una Amy Winehouse senza voce (così me l'immagino), è una mezza delusione letteraria alla quale però abbandonarsi è bello, perché Kerouac, vagabondo per vocazione, muove passi incerti sulla pagina ma sa sempre quello che sta cercando, sa quello che cercava quando cominciò a scrivere, non l'ha perso per strada (come tanti scrittori di successo) e non manca mai di farcelo intravedere.