Tarantino, il piccolo Nietzsche

S e c'è un sentiero ancora tutto da esplorare è quello dei rapporti tra cinema e filosofia. Per rendersene conto basta addentrarsi nei saggi che compongono Quentin Tarantino e la filosofia. Come fare filosofia con una paio di pinze e una saldatrice, curato da Richard Greene e Silem Mohammad e pubblicato da Mimesis (202 pagine, 16,00 euro). Il sottotitolo rimanda a un'opera incandescente di Friedrich Nietzsche: Crepuscolo degli idoli. Ovvero come si fa filosofia col martello. «La guerra - scriveva il filosofo - è sempre stata la grande accortezza di tutti gli spiriti divenuti troppo interiori, troppo profondi». E la guerra, la battaglia cruenta che divora gli uomini, fa scoprire loro chi veramente sono, cosa sono in grado di fare se messi alle strette, e devono decidere se vivere o morire, è al centro dell'opera di Quentin Tarantino, il regista più apprezzato e originale del cinema americano contemporaneo.
Nato nel 1963, Tarantino ha una cultura tutta sua. Pesca fra gli scarti e la spazzatura. Ama Godard ma considera Ford un fesso. Gioca nel fingersi devoto di spaghetti western e kung fu giapponesi. Nelle sue mani tutto diventa spettacolo. Il mondo moderno ha ucciso gli eroi. Lui li fa rivivere in una forma nuova. Visto che non ha più senso battersi per nulla (al diavolo Dio, Patria, Famiglia!), meglio battersi per se stessi. La gloria non c'è più. Bastardi si resta lo stesso. Un'adorabile bastarda è Jackie Brown, che lotta contro l'adipe, i pochi soldi, l'invecchiamento, la narcotici e uno spietato criminale. Un'altra adorabile bastarda è Uma Thurman che lotta per vendicarsi in Kill Bill, mozzando tutto ciò che le arriva a tiro di spada. E che dire dei bastardi di Pulp Fiction, John Travolta e Samuel Lee Jackson? E della brigata di bastardi senza gloria che spappolano nazisti in quantità? E dell'ultimo bastardo schiavo nero e pistolero Django? Sono tutti, uomini e donne, protagonisti di una battaglia senza esclusione di colpi, al di là del bene e del male. Con loro la vecchia morale non funziona.
Colui che filosofava col martello l'aveva messo nero su bianco: «morale: si deve sparare alle morale». È ciò che fa Django mentre è pronto a far fuori un ricercato. Ma accanto a lui c'è il figlio piccolo. Perché sparare? Il suo mentore, un tedesco, glielo spiega. Se l'è cercata. Poteva arare campi, come sta facendo adesso. Ma ha fatto altro. Django è convinto. Punta il fucile e lo abbatte. L'ha fatto in nome della legge, dell'etica, della comunità? No, l'ha fatto e basta.