«La tecnica è il terzo genitore dei figli d'oggi»

Sulla Terra siamo in tanti. Ci si riproduce a buon ritmo, i nuovi nati sostituiscono i defunti. Ma se guardiamo al Vecchio Continente i dati sono altri: con l'eccezione di Francia e Irlanda, da almeno quarant'anni il tasso di fecondità è sotto la «soglia di sostituzione». Forse è questo il tramonto dell'Occidente, come ci suggerisce il saggio di Roberto Volpi, Il sesso spuntato (Lindau, pagg. 200, euro 16) già dal sottotitolo: «Il crepuscolo della riproduzione sessuale in Occidente». Volpi è uno statistico, esperto di demografia, di storia della popolazione italiana, ma vede lungo dietro ai dati, va alle cause.
Dunque, l'uomo europeo si sta estinguendo? Qualcuno potrebbe chiedersi cosa ci sia di male...
«E probabilmente se lo chiederebbe da uomo europeo... Ma chiariamo: l'uomo europeo non si sta estinguendo. E meno male. Esiste una tendenza decennale, ma in alcuni Paesi, grazie a particolari politiche demografiche, il fenomeno si sta riducendo. Se poi ci chiediamo perché la specificità europea vada salvaguardata, basta considerare il patrimonio di pensiero, civiltà, scienza, arte, diritto prodotto nei secoli in Europa».
Detto ciò ci riproduciamo poco, soprattutto in Italia. Eppure viviamo in una società «pansessuale», siamo sottoposti a un continuo stimolo erotico da parte dei media, a partire dalla pubblicità.
«La rivoluzione sessuale, ormai alle sue estreme conseguenze, alla fine non sembra aver inciso realmente sull'aumento di desiderio. C'è molta retorica su questo aspetto, ma appunto tutto sembra essersi fermato lì, superficialmente, nel linguaggio. Pensi solo allo slittamento semantico dal dire “fare l'amore” al, come si dice oggi, “fare sesso”. Non più un'esperienza totale, ma una cosa qualunque, come fare una passeggiata o fumarsi una sigaretta».
I figli si fanno o non si fanno in due. Ma ora c'è un terzo incomodo, la tecnica. Lei scrive che la contraccezione era uno strumento ma è diventato un valore in sé...
«Su questo punto ho insistito molto nel libro. Secondo me, ci troviamo di fronte a una mutazione non solo culturale, ma anche antropologica. Si parte con gli adolescenti: anche per i genitori il problema non sembra più sapere perché e con chi hanno rapporti, l'importante è che siano rapporti protetti, ovvero igienici e senza conseguenze riproduttive. Per le donne la cosa rischia di trascinarsi per tutta la fase più feconda della vita, quasi fino ai quarant'anni. Inoltre la crisi del matrimonio, l'aumento dei single non garantisce una vita sessuale stabile e continuativa. E così ci sono donne decidono di avere un figlio quando è troppo tardi, è più difficile, talvolta pericoloso. E qui rientra in gioco la tecnica, con la fecondazione assistita, che ha percentuali molto basse di successo».
Siamo la civiltà del figlio unico. Ma non c'è anche un problema economico? Crescere bambini costa, molte coppie sono frenate per questo motivo.
«Contesto anche questo luogo comune. La tendenza al figlio unico in Italia risale ai primi anni '80, quando la situazione economica non era certo critica. E se guardiamo la cosa a livello planetario sono proprio i Paesi cosiddetti ricchi ad avere tassi di natalità bassi. Il freno è forse nella mancanza di coraggio, nel non affrontare il rischio di veder ridimensionato anche di poco il tenore di vita».