Il tenero Egisto, penna elegante e dandy stropicciato

Chi ha sempre letto i giornali, e chi ama il giornalismo, se lo ricorda bene Egisto Corradi. È stato un grande inviato, fra i migliori dei suoi tempi, che erano quelli d'oro della professione, gli anni '50, '60 e '70... Un cronista eccezionale, una bella penna, e - come ricorda Mario Cervi, che fu suo collega al Corriere e qui al Giornale - «uno dei giornalisti più per bene che abbia conosciuto. Con un limite: l'essere così ingenuo da attribuire agli altri la sua stessa onestà».

Onesto nel raccontare ciò che vedeva, brillante nella scrittura, scrupoloso sul campo (durante l'alluvione del Polesine, novembre 1951, metteva lui stesso i paletti nelle varie zone per misurare il livello dell'acqua), Egisto Corradi iniziò il mestiere alla Gazzetta di Parma , la sua città. La guerra la fece come alpino, e fu in Russia: il suo diario della ritirata, pubblicato nel 1964, è a detta di molti uno dei più straordinari mai scritti su quella tragedia. Poi, subito dopo la guerra, passò al Corriere della Sera , dove diventò inviato speciale e, nel 1974, seguì Montanelli al Giornale . Fu uno dei pochi testimoni oculari della rivoluzione ungherese del 1956, fu in Congo, in Vietnam (tra i pochissimi giornalisti filo-americani, tanto che si mise contro tutti coloro che parteggiavano per i Vietcong), fu a Praga nella primavera del '68...

E fu anche fra i protagonisti del primo rally Algeri-Città del Capo (a cui partecipò nella duplice veste di giornalista e corridore), una corsa automobilistica senza precedenti, ribattezzata dallo stesso Corradi la «Mille Miglia Nera»: fra il 26 dicembre 1950 e il 23 febbraio 1951 trentacinque equipaggi di sette Paesi percorsero più di 15mila chilometri di strade e piste attraversando l'Africa, da nord a sud. Corradi, che viaggiava sulla mitica Lancia «Croce del Sud», arrivò addirittura secondo nella sua categoria. Ma soprattutto, tirò fuori da quell'impresa un reportage magnifico, Africa a cronometro (Corbaccio). Quando Corradi morì, il 21 maggio 1990, Montanelli scrisse sul Giornale un coccodrillo bellissimo, in cui fra le altre cose diceva che «le sue corrispondenze dovrebbero essere prese a modello nelle scuole di giornalismo per aderenza ai fatti, rinunzia a qualsiasi orpello e scrupolosità dei referto». Ecco. Il reportage africano è un esempio eccellente.

A proposito. Egisto Corradi, impeccabile come cronista, era disordinatissimo come persona. Se indossava un abito anche solo da un paio d'ore, sembrava che avesse dormito sotto i ponti una settimana: giacca sgualcita, camicia stropicciata, pantaloni deformati da ciò che metteva in tasca. Un giorno, di ritorno da Parma, la sua città, dove aveva i suoi affetti e le sue abitudini: il calzolaio di fiducia, i negozi preferiti eccetera..., arrivò al Giornale con l'aria triste. Quando lo vide, Montanelli gli chiese «Ma Egisto, cos'hai?». «È morto il mio sarto», rispose Corradi. Al che, Montanelli, guardando l'abito stazzonato, rispose perfido: «Di crepacuore, immagino». Ma questi sono aneddoti. Corradi è nella Storia.