Thompson era molto più che «Un uomo da niente»

«A rendere i libri di Thompson letteratura è la sua capacità di esaminare, senza esitazioni e nella semioscurità, la mente alienata di quegli uomini che vivono come cellule malate nella società americana». C'è molto di vero in questo commento di Stephen King all'opera letteraria di Jim Thompson. E basta rileggere Getaway, Colpo di spugna e Rischiose abitudini per comprendere quanto quei romanzi abbiano saputo raccontare la possibilità del crimine in cui è naufragato per sempre Il Sogno Americano. Jim Thompson (1906-'77) parte fu un maestro nel saper raccontare le devianze psicotiche e omicide attraverso la voce personale, squillante e beffarda dei killer. Individui all'apparenza normali ma dalla straordinaria malvagità interiore, come il vicesceriffo Lou Ford protagonista de L'assassino che è in me, romanzo che nel 1952 cambiò per sempre la vita di scrittore di Thompson, portandolo a collaborare con Hollywood (prima con Stanley Kubrick per Rapina a mano armata e Orizzonti di gloria, e poi con Sam Peckinpah per Getaway) e trasformandolo in una macchina da bestseller per la casa editrice Lion Books.
Dal settembre del 1952 al marzo del 1954 lo scrittore americano produsse ben 12 libri con tirature che arrivarono a superare le 250mila copie e che gli permisero di intascare anticipi da 2500 dollari. In quel periodo gli ci volevano circa due mesi per terminare una storia e spesso accettava che i suoi editor gli proponessero anche brevi sinossi su cui poi sviluppare i romanzi. E proprio nel 1954 Thompson elabora Un uomo da niente (in Italia pubblicato per la prima volta nel 1955 nei «Gialli Proibiti» Longanesi con traduzione di Attilio Veraldi e con il titolo L'uomo nulla) un noir ora riproposto in una nuova edizione Einaudi curata da Luca Briasco (pagg. 256, euro 17). Protagonista è il giornalista Clinton Brown che si abbandona spesso all'alcol ma che lavora come abile costruttore di notizie per il «Courier» di Pacific City. Un personaggio si presenta come «uno che ha il cuore da poeta e pensa e scrive per allegorie» ma confessa anche che ogni sua mossa «è studiata per esigere compenso dal mondo per l'infermo nel quale vive» e «cerca di distruggere lentamente tutto quello che lo circonda» scatenandosi fino ad arrivare ad ammazzare.
Un uomo da niente è il titolo del corsivo che Clinton Brown progetta di scrivere per raccontare ai suoi lettori che cosa ha combinato prima di meditare il proprio suicidio. Tutti lo ricordano per i suoi articoli dedicati ai «delitti dell'Uomo che ride», ma nessuno ha mai ipotizzato che dietro quegli atroci e bizzarri assassinii ci sia proprio lui. A rovinare per sempre l'esistenza di Brown è stata una mina anti-uomo su cui durante la guerra mise un piede e che gli ha tolto per sempre la virilità. Un incidente di cui non vuole assolutamente parlare con nessuno e che lo ha portato a odiare tutti quelli che lo circondano. Così il nostro reporter, preso dall'ira, uccide con una bottiglia di whisky la propria ex moglie Ellen, incendiandone quindi la baita. Poi strangola l'avvenente Deborah Chasen che gli fa la corte e la dà in pasto ai cani. E addirittura soffoca con una manciata di banconote ficcate in gola l'editor Costance Wakefield il quale possiede una copia di un suo manoscritto contenente le beffarde poesie che l'«Uomo che ride» è solito lasciare come sua personale firma accanto alle sue povere vittime.
L'«Uomo che ride» è divenuto ormai un vero e proprio beniamino dei lettori del «Courier» proprio grazie ai colorati articoli dello stesso Brown. Ma la realtà è davvero questa oppure il nostro reporter sta nascondendo qualcosa ai lettori del romanzo e magari sta celando terribili verità anche a se stesso? Roba, come direbbe lui, «da lasciar a bocca aperta il lettore medio di gialli che magari ha bisogno che gli si confondano le idee». Jim Thompson stesso racconta che soffrì molto durante la stesura di questo suo noir: «ho passato più tempo a discutere di Un uomo da niente di quanto ci abbia impiegato a scriverlo; e poi per riuscire a venderlo, ho dovuto raffazzonare il finale». Una scelta alla quale lo costrinsero gli editori della Dell Publishing Company che lo convinsero a evitare la chiusura disperata ipotizzata per la storia. Una cosa è certa: Jim Thompson per costruire il personaggio di Clinton Brown prese diretta ispirazione da se stesso, dalla sua esperienza di dipendenza dall'alcol e dal periodo in cui si trovò a lavorare come malpagato redattore negli anni Quaranta per il Journal di San Diego e il Mirror di Los Angeles.

Commenti

Dhany Coraucci

Ven, 12/07/2013 - 12:58

Nell'articolo c'è un errore: Thompson fu totalmente escluso dalla lavorazione di Gateway, non fu nemmeno preso in considerazione, e la sceneggiatura (con relativa "depurazione") fu affidata a Walter Hill. Questo accadde perché Stanley Kubrick non aveva apprezzato uno dei suoi commenti (derideva la sua taccagneria-non soltanto materiale-) durante la loro difficile collaborazione in Rapina a Mano Armata e Orizzonti di Gloria e fece tabula rasa attorno a Thompson, tanto che, malgrado fosse un promettente sceneggiatore, impedì di fatto a chiunque di farlo lavorare a Hollywood. In effetti quando si trattò di realizzare il film Gateway, Thompson aveva già enormi difficoltà economiche e probabilmente l'avrebbe salvato dalla rovina (morì solo, sconosciuto e poverissimo).