Torna l'esperimento «Pierre», il libro che distrusse Melville

U n ottimo passaporto per i lettori: questo è il romanzo che ha sancito la morte letteraria di Herman Melville. Anno di grazia 1852, Melville ha da poco inscatolato il capodoglio in un libro memorabile (e indigesto), Moby Dick . Dopo aver scandagliato gli oceani, ora il romanziere decide di esplorare l'uomo. Qualche anno dopo Nathaniel Hawthorne trova l'amico fraterno, passato a salutarlo a Liverpool, distrutto da «disturbi nevralgici» dovuti a «un impegno costante, perseguito di recente senza gran successo»: Melville confida a Hawthorne, il sodale destinatario di Moby Dick , l'intenzione «d'essersi praticamente deciso a lasciarsi annichilire». Cosa è successo? La pubblicazione del «romanzo più folle mai scritto» (così il Bos ton Post ), «un vizio eccentrico della fantasia» ( New York Literary World ), a causa del quale «Melville ha deviato dalla legalità estetica cui deve attenersi ogni romanziere» ( Richmond Southern Literary Messenger ). Il romanzo s'intitola Pierre o delle ambiguità . L'insuccesso è totale.

Il romanzone, involuto e mistico, ha come fulcro narrativo il tabù dell'incesto. Il vigoroso Pierre, promesso sposo all'innocente Lucy, infatti, scopre una bellissima e oscura fanciulla che dice di essere la sua sorellastra. Qui Melville, rapinosamente, attraverso i «nomi parlanti», si aggrappa ancora al capodoglio: la fanciulla fatale di nome fa Isabel, che nel libro biblico dei Re è la moglie di Achab. Ci aveva visto giusto Cesare Pavese, allora, che recensì Pierre considerandolo «il romanzo che avrebbe potuto scrivere il capitano Achab». Naturalmente, il finale è patetico, da tragedia shakespeariana.

Pierre manca nel nostro Paese dal 1942, fu pubblicato da Einaudi, nella traduzione dell'intellettuale e poeta Luigi Berti. Il libro fu ripreso nel Meridiano Mondadori dedicato alle Opere scelte di Melville, uscito nel 1983. A riesumarlo ci pensano due editori: i tipi Medusa (euro 18,50), che già che ci sono recuperano pure lo studio narrativo di Charles Olson, Chiamatemi Ismaele (euro 12), e l'editore Guaraldi, che ripropone la traduzione classica di Berti, operando sul cartaceo dei chirurgici tagli editoriali ma garantendo la fedeltà filologica nel libro in formato elettronico.

Saturo di anni, indifferente alla fama, Melville fu visitato dal pittore Peter Toft, era il 1890. «Sembrava fare poco conto delle sue opere, e scoraggiò i miei tentativi di discuterne. “Le conoscete” diceva “meglio di me. Io le ho dimenticate”», ricorda il visitatore. In Pierre Melville aveva già previsto tutto, anche il disfacimento estetico di oggi: «il flusso sempre crescente dei nuovi libri annuncia come inevitabile l'avvento di un'epoca in cui la gran massa dell'umanità sarà ridotta ad un tale livello di rimbambimento che gli autori saranno rari come lo sono oggi gli alchimisti».