Torna il Roth delle origini, cupo quanto Kafka

Una nuova traduzione di "Quando lei era buona" per scoprire le radici del romanziere

Avvisiamo che aprire la porta delle case dei Nelson è disturbante e gravoso quanto lo era aprire quella di Seymour Levov “lo svedese” di Pastorale americana. E mette a disagio fino all'ultima pagina, il che per un lettore è una gran prova. C'è qualcosa di oscuro in Lucy Nelson, la protagonista di Quando lei era buona, Philip Roth, 1967, oggi ripubblicato da Einaudi (nuova traduzione di Norman Gobetti, pagg. 312, euro 20), qualcosa del supereroe senza i poteri. Ne fu vittima lo stesso Roth, che spiega, in Reading Myself and Others (in parte tradotto in Italia con il titolo Guardando Kafka, Einaudi): «La metamorfosi, Il Castello, Nella colonia penale, Delitto e castigo, Note dal sottosuolo, Morte a Venezia, Anna Karenina... Lasciarsi andare e Quando lei era buona erano tetri come i più tetri di questi classici. Dopo diversi anni spesi a scrivere Quando lei era buona, con la sua prosa sciatta, la sua eroina puritana e perseguitata, il suo inesorabile legame con la banalità, morivo dalla voglia di scrivere qualcosa di divertente e scorrevole. Così è iniziato un lungo periodo pieno di risate...». Ed è nato Il lamento di Portnoy. Uscito in Italia per la prima volta nel 1970, nella traduzione di Bruno Oddera per Rizzoli ma con il titolo Quando Lucy era buona, il romanzo segue tre generazioni di Nelson, tradendo già il filo di ricerca delle radici americane che condurrà Roth fino alla Pastorale. Figlia di un alcolista senza redenzione e suora mancata dell'onesto e noioso Midwest americano, al college Lucy rimane incinta di Roy, un Monsieur Bovary appena più villano, appena tornato dal servizio militare. La sua “caduta” inizia cooptandolo al matrimonio, ovvero “a fare la cosa giusta”. La volontà immarcescibile di cambiare gli altri con l'alibi tipico del dittatore, farlo per il loro bene, la rende non soltanto insopportabile, ma “cattiva” nello stesso modo in cui il padre lo era stato con lei. Quella di Lucy è una guerra santa. Inevitabilmente, perciò, destinata a trasformarsi in una profana catastrofe.

Qui, le origini scandinave sembrano responsabili della ferocia puritana con cui Lucy affronta la nemesi iperbolica: «C'è carenza di romanzi sugli Wasp, negli ultimi tempi» scriveva il NYT nella critica originale dell'epoca. «Ma dopo aver letto Quando lei era buona sembra che se un romanzo del genere possa essere scritto bene, a scriverlo debba essere un ebreo. Per farlo al meglio, ha adottato la forma corretta per i tempi: il vecchio melodramma familiare». Ma forse si può azzardare anche un'altra ipotesi: non è un caso se Lucy è rimasta l'unica protagonista femminile dei romanzi di Roth. Seppur descritta con quella certa gelida leggerezza alla Roth, risulta un personaggio gigantesco, shakespeariano, un Amleto. Ma rimane femmina, tradita dalla suprema incapacità delle femmine di usare l'azione al posto della manipolazione (concetto mirabilmente riassunto nella fascetta Rizzoli che, in un 1970 che muoveva i primi timidi passi femministi, quotava: «Come ama una donna»). Come se nelle donne la morale dovesse proseguire senza essere mai accompagnata dal cielo stellato.