Tristi, caustici o morbosi. Ecco i testamenti d'autore

Una strana mostra, a Modena, racconta la storia d'Italia attraverso i «desiderata» post mortem di grandissimi personaggi Da Cavour a Pirandello passando per Verdi

Non si cambia mai; il carattere, le virtù, i vizi persistono anche nell'approssimarsi della morte o quando si pensa ad essa. Alessandro Manzoni, per esempio, fu pignolo fino all'estrema unzione. Il suo testamento è prolisso e un poco noioso, come da par suo. Giovanni Verga, invece, breve e realista. Pascoli è stringatissimo, una sola riga per nominare erede universale la sorella Maria, detta Mariù, con cui intrattenne un rapporto al limite dell'incestuoso. Gabriele d'Annunzio non si scosta dal personaggio, premettendo alle proprie ultime volontà il motto «hic manebimus optime». Luigi Pirandello, in mezza paginetta e un certo sussiego, vorrebbe scomparire come un qualsiasi Mattia Pascal: «Sia lasciata passare in silenzio la mia morte. Agli amici, ai nemici preghiera non che di parlarne sui giornali, ma di non farne pur cenno. Né annunzi né partecipazioni. Morto, non mi si vesta. Mi s'avvolga, nudo, in un lenzuolo. E niente fiori sul letto e nessun cero acceso. Carro d'infima classe, quello dei poveri. Nudo. E nessuno m'accompagni, né parenti né amici. Bruciatemi. E il mio corpo, appena arso, sia lasciato disperdere, perché niente, neppure la cenere, vorrei avanzasse di me».

Parimenti Garibaldi chiede di essere arso, ma in modo più pomposo, forse pregustando un futuro di icona: «Il mio cadavere sarà cremato con legna di Caprera nel sito da me indicato con asta di ferro ed un pizzigo di cenere (...) La mia salma vestirà camicia rossa. La testa, nel feretro, o lettino di ferro, appoggiato al muro, verso tramontana, con volto scoperto, i piedi all'asta». Cavour viceversa bada, prima che ai soldi, alla cultura: al punto uno del testamento lega «all'amatissimo» marchese Gustavo «i libri tutti componenti la mia biblioteca».

Giuseppe Verdi predilige le gioie lasciando al dottor Angiolo Carrara di Busseto «l'orologio d'oro a ripetizione e catena d'oro (...) più tutti i bottoni d'oro che porto nelle camicie». D'altro canto, Giuseppe Zanardelli si preoccupa di far arrivare a Massimo Bonari «la pendola e candelabri che fossero nella mia stanza da pranzo in Maderno, il servizio da caffè con tazze azzurre e quello dei bicchierini in argento che sono nella stanza medesima».

Infine Guglielmo Marconi, ricchissimo, approfitta testando per togliersi un sassolino dalle scarpe: «Perché non siano dimenticati alcuni momenti della mia vita, certo non piacevoli, dichiaro che dopo il mio divorzio colla signora Beatrice O'Brien oggi marchesa Marignoli, a sua richiesta le ho donato la somma di Lire italiane 3.000.000 (tre milioni) come da regolari ricevute che conservo».

Stranezze, sottigliezze, aspirazioni e delusioni, si gustano nella mostra Io qui sottoscritto (da venerdì 18, al Palazzo Comunale di Modena) che presenta, in occasione del Festival della Filosofia, i testamenti dei grandi italiani, da Agnelli a Ferrari, passando per La Marmora, Grazia Deledda, Ettore Petrolini... Una sorta di storia d'Italia in punto di morte, in cui oltre al vil denaro si tramandano alti insegnamenti.

È il caso di Enrico De Nicola, primo presidente della Repubblica Italiana, politico d'altri tempi, che ne fa una questione etica: «Tutto il mio patrimonio è frutto esclusivo del mio lungo, assiduo, onesto lavoro professionale di cinquanta anni. La mia vita modesta e parsimoniosa mi ha consentito di accantonare risparmi sugli introiti annuali e di accumulare anche fino a pochi anni or sono tutte le rendite. Avrei posseduto un patrimonio notevole se non mi fossi imposto volontariamente una norma che ho osservato in modo rigorosissimo, come tutti sanno, dal giorno in cui entrai nella vita politica: di non accettare il patrocinio di cause, le quali avessero relazione, sia pure indiretta, con lo Stato».

Di converso, Alcide de Gasperi preferisce un lascito spirituale: «Muoio colla coscienza d'aver combattuto la buona battaglia e colla sicurezza che un giorno i nostri ideali trionferanno». Spirituale, ma anche attento ai beni materiali, papa Giovanni XXIII, bergamasco solido e concreto. Tutto il contrario, papa Montini che vira al poetico: «Ora che la giornata tramonta, e tutto finisce e si scioglie di questa stupenda e drammatica scena temporale e terrena, come ancora ringraziare Te, o Signore, dopo quello della vita naturale, del dono, anche superiore, della fede e della grazia, in cui alla fine unicamente si rifugia il mio essere superstite?». E c'è spazio anche per la testimonianza civile esemplare: Giorgio Ambrosoli scrive alla moglie Anna dopo il deposito dello stato passivo della Banca Privata Italiana: «È indubbio che pagherò a molto caro prezzo l'incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un'occasione unica di fare qualcosa per il Paese». Così fu.

"Io qui sottoscritto. Testamenti di grandi italiani", esposizione curata dal Consiglio Nazionale del Notariato e dalla Fondazione italiana del Notariato, aperta dal 18 settembre al 18 ottobre presso il Palazzo Comunale (Sala del Fuoco) di Modena in occasione del Festival della Filosofia