Troppi italiani uccisi a freddo nell'operazione Husky

Settant'anni fa lo sbarco in Sicilia. C'è chi chiede nuove inchieste sulle stragi che segnarono la liberazione dell'isola

Iniziò tutto una notte di 70 anni fa. Tra il 9 e il 10 luglio. Operazione «Husky» era il nome in codice del primo tentativo degli Alleati di riprendersi la fortezza Europa. Bersaglio il ventre molle dell'Asse: la Sicilia. Il risultato fu un'invasione lampo. E a nulla servirono i tentativi di contrattacco appoggiati dai panzer tedeschi. E la vulgata sulla vicenda è stata confezionata dai liberatori: una popolazione stanca del fascismo che accoglie e braccia aperte gli angloamericani. Una vulgata che la macchina propagandistica a stelle e strisce ha raccontato bene.
A esempio, viene oggi ripubblicato Una campana per Adano (Castelvecchi), romanzo scritto dal reporter di guerra John Hersey. Racconta la storia di un ufficiale italoamericano che si occupa di ridare «voce» al campanile di una cittadina appena occupata dopo che i fascisti avevano sequestrato la campana per produrre armi. Per carità, la storia ha un suo fondo di verità e con essa Hersey ci ha vinto un Pulitzer. Però la storiografia a 70 anni di distanza è in grado di fornirci una versione un po' più completa degli eventi. In Operazione Husky. Guerra psicologica e intelligence nei documenti segreti inglesi e americani (sempre Castelvecchi) emerge chiaramente l'opinione degli Alleati sui futuri liberandi: «Hanno un fisico minuto, sono malnutriti, bassi di statura e indolenti... insomma sono più africani che Italiani». Ma al di là di qualche dettaglio razzista, fa più specie scoprire che nonostante le deficienze del nostro apparato difensivo la resistenza dei “pigri” italiani fu molto più dura di quanto si creda. In questo senso è illuminante il saggio di Domenico Anfora e Stefano Pepi Obiettivo Biscari (Mursia): molti reparti si arresero soltanto dopo aver finito i proiettili, e i contrattacchi dei vetusti carri italiani furono più aggressivi di quelli dei panzer. Ad esempio, sulla resistenza a Gela lo stesso generale Patton disse: «Le truppe italiane hanno combattuto con encomiabile accanimento...». E su questo accanimento si inseriscono vicende ancora non chiarite. Come documentato da alcune ricerche dello storico Fabrizio Carloni, a Passo di Piazza un pugno di carabinieri resistette ai paracadutisti sino a quando non venne messo sotto il fuoco delle artiglierie navali. Quando si arresero, li fucilarono mentre ancora avevano le mani alzate. Una violazione delle regole di guerra. Tanto che, dopo che Roberto Carloni ha scritto al presidente della Repubblica, la Procura militare di Napoli ha voluto ascoltare la sua testimonianza sull'accaduto. Stessa sorte anche per molti dei difensori degli aeroporti di Biscari e di Comiso (più di 70 fucilati dopo la resa, come provano gli studi di Andrea Augello). E ora sul tema è arrivata anche un'interrogazione parlamentare dell'onorevole del Pdl Vincenzo Piso. Perché alla fine è difficile capire se si trattò di brutalità partite dal basso o dall'alto. Pare certo che Patton disse ai suoi ufficiali: «Non badare alle mani alzate... Si fottano, nessun prigioniero». Altro che campane.

Commenti

Gelese

Sab, 13/07/2013 - 17:25

Madò dopo 70 anni si sono accorti di quello che successe in Sicilia dopo lo sbarco!

Gelese

Sab, 13/07/2013 - 17:31

Madò dopo 70 anni vi state accorgendo di quel che successe all'epoca in Sicilia!