Un uomo generoso e fedele alla «Catena umana»


Ho sempre pensato che la grandezza di un poeta sia proporzionalmente commisurabile alle sue doti di generosità e umanità. E Seamus Heaney, grande poeta, era uomo di immensa generosità. La notorietà internazionale procuratagli dal Nobel, con il conseguente moltiplicarsi di traduzioni e pubblicazioni e lo strascico di inviti e viaggi in ogni parte del mondo, non gli aveva mai fatto dimenticare le sue origini contadine, e non aveva scalfito la sua semplicità né adombrato il suo sorriso bonario. Nel 2004, in occasione del ventennale della mia rivista Poesia, del cui comitato di redazione faceva parte, lo invitai a Milano per la festa celebrativa che facemmo a Palazzo Reale, dicendogli che cercavo uno sponsor per rimborsargli le spese di viaggio e di soggiorno. Quando andai a prenderlo all'aeroporto mi chiese: «Hai trovato lo sponsor?» e, intuita la risposta dal mio imbarazzo, mi mise una mano sulla spalla e disse: «Non osare parlarmi più di soldi». La stessa sera, offrì lui la cena a dieci persone. Ci rivedemmo l'anno scorso, con pochi altri amici, a St. Lucia, l'isola di Derek Walcott, per la festa di compleanno del poeta caraibico. Benché la sua salute fosse già compromessa, si era sobbarcato un viaggio lungo e disagevole per non far mancare la sua testimonianza d'affetto all'amico Derek. Un poeta, Seamus Heaney, per il quale gli affetti erano al di sopra di tutto. In una delle sue raccolte più belle, non a caso intitolata Catena umana, dedica versi struggenti, da innamorato, alla moglie che lo ha assistito durante un difficile intervento chirurgico. Infine, l'esercizio quotidiano della poesia, non solo la sua (stava traducendo Pascoli), che per lui era un dono, «a drink of water», come la vecchina di un suo componimento che ogni giorno attinge acqua alla fonte con il suo secchio, il sorso d'acqua necessario a sopravvivere.