Il Vangelo secondo Elena Bono Cercando la verità nella fede

Torna "La moglie del Procuratore", un samizdat della bellezza in cui i tormenti della moglie di Pilato di fronte a Gesù simboleggiano la lotta fra ragione e spirito

Un caro amico, qualche tempo fa, mi regalò La moglie del Procuratore di Elena Bono. In fotocopie. L'ultima pubblicazione risaliva al 1988 nella raccolta di racconti Morte di Adamo per i tipi di Le Mani, piccola editrice di Recco (Genova), titolare delle opere della scrittrice nata a Sonnino (Latina), cresciuta a Recanati, all'ombra di Leopardi, ma ligure d'adozione. In libreria quel folgorante dialogo sul Galileo tra Claudia Serena Procula e Seneca era introvabile e non si avevano notizie di nuove edizioni, dopo quella dell'88 e la prima da Garzanti nel 1956, anno d'esordio della scrittrice, trentacinquenne. Non restava dunque che affidarsi a quel samizdat della bellezza: «Leggilo, è una cosa bella», disse l'amico.

Ora, in accordo con gli eredi e Stefania Venturino, amica e press agent della Bono, Marietti 1820 pubblica autonomamente La moglie del Procuratore , considerato il più felice tra i suoi racconti, corredandolo di una prefazione di Armando Torno e di una nota al testo di Stefania Segatori. L'iniziativa potrebbe preludere alla riproposizione di altre opere di colei che, secondo Giovanni Casoli, è stata «una delle più grandi scrittrici italiane della seconda metà del Novecento». Lo fa intendere anche la contemporanea uscita, sempre dalla stessa casa, di un «invito alla lettura di Elena Bono» ( Quando io ti chiamo , pagg. 152, euro 10), con saggi di autori vari, curati da Francesco Marchitti, convinto che sia venuto il momento di avviare il «processo di canonizzazione artistica».

Morta poco il 26 febbraio 2014, della Bono si è scritto e letto assai poco. Non è bastata la stima di importanti critici e dello stesso Pasolini a sottrarla dall'ombra in cui è rimasta a lungo confinata. Forse a causa del suo cattolicesimo, sostengono alcuni suoi aficionados . O forse perché anche lei non amava le manifestazioni dei circoli editoriali, gelosa del nascondimento in cui la sua ispirazione si alimentava, nella casa sul lungomare di Chiavari, dove viveva col marito Gian Marco Mazzini, imprenditore con grandi passioni e competenze letterarie. Pubblicato la prima volta da Garzanti, Morte di Adamo fu subito accolto come un capolavoro da Emilio Cecchi («Vent'anni in anticipo – scrisse il critico – sul Quinto evangelio di Mario Pomilio e su tutto il filone da esso discendente delle riscritture della Buona Novella»), trovando rapide traduzioni in Gran Bretagna e Francia, dove gli editori scelsero di accorpare in un'unica pubblicazione titolata La vedova di Pilato solo i racconti collegati alla crocifissione ( Il centurione , Guardia al sepolcro e Una lettera dalla Giudea , oltre a quello in cui è protagonista Claudia Procula). Lo stesso non avvenne invece in Germania, dove Gertrud von Le Fort aveva pure lei pubblicato una Moglie di Pilato , e probabilmente si temeva che il confronto si sarebbe risolto in favore della scrittrice italiana.

Alla Garzanti, frattanto, si andava sviluppando l'affinità letteraria con Pasolini che avrebbe voluto trarre un film da La morte del profeta , un altro racconto di quell'antologia. Fu però lei a ritrarsi, timorosa che il trattamento del cineasta friulano le avrebbe dato qualche preoccupazione: «Meglio che ognuno vada per la propria strada». Già allora la Bono avvertiva la particolarità della sua ispirazione. Più che della fantasia, riteneva che i suoi scritti - la trilogia intitolata Uomo e Superuomo ambientata nella Seconda guerra mondiale, le poesie, i molti testi teatrali - fossero debitori di una voce interiore alla quale obbedire. Nello sguardo dentro di sé «ad occhi chiusi» trovavano linfa le sue storie, anche se poi la stesura era frutto di lunghe revisioni. Era perciò viva la responsabilità del proprio talento e il timore di tradirne l'origine. «L'ispirazione è momentanea, fulminea, poi l'elaborazione è lunga», aveva confidato in un'intervista all' Osservatore Romano . «Quando sento ripetere “autore, autore!”, io sono un'amanuense, sono uno scrivano».

Eppure nella sua prosa alcuni studiosi rintracciarono vertiginose profondità, addirittura dostoevskijane. Tuttavia, qualche anno dopo, il rapporto con Garzanti si raffreddò e la Bono, autrice scomoda ma fiera, scelse l'indipendenza della piccola etichetta di Recco, a pochi passi da casa. Dove trovò la complicità giusta per coltivare la sua vena creativa. La narrativa a sfondo religioso ha una linea di galleggiamento esile che la espone a cadute nel devozionismo, a eccessi moralistici, a enfasi da sacrestia, ma la Bono rimase sempre nel registro della pura letteratura anche scegliendo i suoi protagonisti tra le figure «minori» del Vangelo. Il centurione, Giovanni Battista, la figlia di Giairo risuscitata da Gesù dopo le suppliche del capo della sinagoga. In La moglie del Procuratore l'autrice muove dalla voglia di sapere cosa sia accaduto a quella donna dopo il momento, registrato dal solo Vangelo di Matteo, in cui manda a dire a Pilato: «Non avere a che fare con quel giusto, perché oggi fui molto turbata in sogno a causa sua». Cosa fu di quella donna? Che corso presero quei turbamenti?

Qui la ritroviamo ospite nella casa romana di Seneca, da lui invitata per una festa con altri filosofi, politici, artisti. Pilato ha scelto di allontanarsi da Gerusalemme e riparare nella pianura padana. Ma quella domanda - «Che cos'è la verità?» - rivolta a Gesù prima di consegnarlo alle guardie non lo abbandona. Nella Roma dove i cristiani sono perseguitati e la predicazione di Paolo di Tarso si mostra persuasiva, anche Seneca vuole capire. E in una notte di serrate confidenze la moglie del Procuratore gli rivela l'impossibilità di rimuovere da sé il volto di quell'uomo che di lì a poco sarebbe stato inchiodato a una croce. «Io non ti posso dire il suo viso...», confida Claudia Procula: «Non piange, non è sfigurato, non macchiato di sangue, nulla... come lo vedo io non ha nulla sul viso... eppure è dolore, è dolore... è tutto quello che avevo sentito e molto, molto di più... tutto quello che è stato sofferto al mondo e sarà sofferto... è molto di più...».

Seneca ascolta, domanda, eccepisce, rivendica neutralità. In un confronto tra obiezioni e rivelazioni tese e cariche di ragioni che rendono questo romanzo breve molto contemporaneo e meritevole di una grande trasposizione teatrale.