Verlaine&C, in galera si scrive meglio

Quelli che in galera non misero mai piede, anche se magari la rischiarono, tipo l’insospettabile Proust (prosciolto seduta stante quantunque pizzicato in una casa-casino per omosessuali), la galera se la costruirono da soli: una stanza foderata di sughero (proprio il fragile Marcel), un tetro ufficetto (Pessoa), la scrivania alla quale farsi letteralmente legare (Vittorio Alfieri, sbertucciato dai contemporanei e da generazioni e generazioni di liceali a seguire)...
Quelli che invece «al gabbio» risiedettero, per pochi giorni o per anni, dovettero, come tutti i loro compagni di disavventura, inventarsi una nuova vita, o facendo legna come Giono, o dando lezioni come Solzenicyn, o scrivendo lettere per conto di qualcuno il quale faceva i conti, oltre che con la restrizione fisica, anche con la restrizione tipica dell’illetterato se non proprio dell’analfabeta. È il caso di Ezra Pound, del sulfureo e ingombrante (anche e soprattutto per i suoi sodali) Pound, letteralmente ingabbiato come bestia da zoo in quel di Pisa, e tuttavia in grado di sfruttare il... riposo forzato per mettere nero su bianco alcune ideuzze non proprio all’acqua di rose.
All’acqua di rose, per alcuni scrittori, non furono nemmeno certi amori, o almeno certi matrimoni. Ce lo ricorda Daria Galateria nella sua galleria-galera dal titolo, di doppia lettura, Scritti galeotti, opportunamente riproposto ora, con radicali aggiornamenti rispetto all’edizione Rai Eri del 2000, da Sellerio (pagg. 306, euro 14). Doppia lettura in quanto quegli scritti furono galeotti perché materialmente nati dietro le sbarre, e anche perché, alla maniera di Dante, furono «galeotti» nel senso di... ruffiani, lenoni, opportunisti e opportuni procacciatori di storie e di trame.
L’uxoricidio, dunque, va per la maggiore. Verlaine e Burroughs, Mailer e Fallada ne sono i campioni incontrastati, fuoriclasse del delitto più o meno passionale. Le signore in questione ormai non sono più, per loro, nel novero dei teste a carico, mentre noi, assiepati tra il pubblico, abbiamo almeno il privilegio di apprendere come andarono le cose...
Donne a parte, certo Jean Cocteau esagerava un po’, come suo solito, ma, rivolgendosi all’editore Denoël disse una mezza verità (facciamo anche tre quarti di verità): «Genet è sempre vissuto in prigione. Dunque, è libero». Fra i soggetti preferiti di Michel Foucault per il suo Sorvegliare e punire, Genet è infatti il recordman fra gli avanzi di galera letterari. Brefotrofi, colonie penitenziarie per bambini, residenze obbligate, campi di concentramento e di deportazione, carceri «normali» furono i suoi habitat d’elezione.
Del resto, i 43 casi esemplari proposti da Galateria con una prosa in cui abilmente si mescolano le tinte del resoconto giudiziario e del memoir, dello schizzo biografico e dell’arringa difensiva, servono a delineare una sorta di estetica carceraria in funzione letteraria. «Anche il delitto ormai può avere la propria vanità», dichiarò il pubblico ministero durante il processo a Pierre François Lacenaire, ladro falsario e assassino, oltre che modello del malvivente colto e dandy e, conseguentemente, prima di finire ghigliottinato il 9 gennaio 1836, autore di quelle Memorie oggi meritevoli di un posto in primo piano nell’ipotetica bibliografia sul romanzo criminale abbondantemente pre-De Cataldo, pre-Sollima e pre-Placido.
Altra stoffa, infatti, ebbero, rispetto ai borgatari che ben conosciamo, i vari Casanova e Wedekind, Fitzgerald e Havel, Stevenson e Truffaut. Altra stoffa, pur grezza e popolana, annaffiata di lambrusco e cresciuta a fette di salame, ebbe Giovannino Guareschi, che passò dal lager al carcere di San Francesco a Parma portandosi dietro lo stesso zaino e lo stesso disincanto. Altra stoffa quella di Louise Michel, la pétroleuse, l’incendiaria comunarda la quale, contro gli amori interessati o mercenari scagliò un aforisma crudo, autocritico e incontrovertibile: «L’amore, almeno, è idiota». Senza patria, conobbe le patrie galere, e non le andarono a genio.
Non andarono a genio nemmeno a Chester Himes, che le frequentò per via di una rapina a mano armata ma se ne servì per scrivere Rabbia ad Harlem. Negli anni ’70 gli chiesero in un’intervista come fosse diventato scrittore. «Avevo un sacco di tempo», rispose, e poi, dietro le sbarre «i sogni diventano grandi come sequoie».