Il vero segreto dell'Europa è mettere tutto in piazza

Un saggio rivela l'importanza dell'urbanistica nel creare senso di appartenenza e persino la democrazia. A partire dai luoghi dove i cittadini si riuniscono

Il campanilismo, l'attaccamento anche un po' cieco alla propria città, sembra così vecchio in questi nuovi tempi cosmopoliti e proprio non si porta più. Leggendo La piazza europea dell'urbanista Marco Romano (Marsilio editori, pagg. 198, euro 19) ho capito che il salutare orgoglio per il luogo di nascita o di residenza può prendere una forma aggiornata e razionale che in mancanza di meglio chiamerò piazzismo: la consapevolezza che le nostre città (almeno per quanto riguarda i centri storici) sono nel mondo le più piacevoli e frequentabili, insomma civili, proprio perché dotate di piazze.

Non di slarghi, spazi vuoti fra le case, ma di ampi luoghi pieni di valori simbolici. Le piazze, siano esse monumentali o di quartiere, del mercato o della chiesa, sono una sorta di esclusiva europea. Fuori dal nostro continente, strano ma vero, quasi non esistono e quando esistono sono un'altra cosa e se non sono un'altra cosa sono più o meno maldestre imitazioni. Nel mondo islamico così come in India e in Cina non ci sono vere e proprie piazze perché non è prevista la funzione della piazza che è quella di favorire relazioni e produrre coesione municipale.

Sono il più antico social network, le piazze europee, e noi non lo sappiamo. «Nei territori dell'Islam le città - che pure contavano centinaia di migliaia di abitanti - erano costituite da decine e decine di recinti, chiusi la sera e talvolta circondati da un fossato"». In Maomettania ognuno viveva, e spesso ancora vive, serrato nel proprio clan, legato soltanto alla propria tribù. Damasco, Baghdad, Il Cairo sono poco più che espressioni geografiche al cui interno i diversi gruppi sociali e religiosi non diventano mai un'unica comunità e questo ha una sinistra somiglianza col modo di vivere camorristico grazie al quale la minoranza dei napoletani permale vive in città ma contro la città, in enclave separate dai quartieri della maggioranza perbene da un filtro di telecamere, armi, vedette.

Ma la camorra da noi è un'eccezione, non è la regola, da noi la regola è che al centro di ogni città si apre una grande piazza in cui i cittadini confluiscono, accomunandosi, nelle grandi occasioni. Questa regola ha meno di mille anni, si è formata nell'ingiustamente vituperato Medio Evo. Nella Grecia antica le piazze così come le conosciamo noi non esistevano, esistevano le agorà e nemmeno sempre (la potente Sparta non l'aveva). Marco Romano spiega che, contrariamente a quanto si pensa, l'agorà non era il centro della vita politica cittadina che si svolgeva altrove, spesso in un teatro. Nemmeno il foro romano equivaleva alla piazza europea, e si capisce, non c'era molta partecipazione democratica all'epoca di Nerone e Diocleziano. La piazza europea nasce non in Lombardia o in Toscana bensì, strano anche questo ma anche questo vero, ad Anagni, cittadina più nota per il famoso schiaffo e per aver dato i natali a Manuela Arcuri.

Papa Alessandro III con iniziativa proto-federalista vi fece erigere a proprio spese un palazzo comunale e fu così che nella Ciociaria del dodicesimo secolo la piazza fece la sua comparsa nella storia. Perché un palazzo dove si riunisce il consiglio comunale necessita di una piazza dove si riuniscono gli elettori del consiglio comunale, ovvio. Dovrebbe essere altrettanto ovvio, eppure non lo è e fa bene Romano a ribadirlo, che tutto questo poteva nascere solo in una società cristiana, l'unica a dare valore al singolo individuo: inconcepibile una piazza democratica nell'Asia collettivista e nell'Islam che ha la sottomissione come slogan. Le piazze comunali figliarono piazze con funzioni diverse, piazze del mercato o della chiesa, e poi piazze più piccole, di quartiere, ma non per questo non importanti. «Che nei nuovi quartieri i piani regolatori non abbiano più avvertito la necessità di prevedere delle piazze, quasi che l'uomo nuovo non abbisognasse anch'egli di un visibile riscontro simbolico della sua dignità di cittadino della civitas, ha fatto delle periferie più recenti un vero e proprio deserto del senso, dove spesso l'emarginazione sociale viene crudelmente sottolineata dall'emarginazione simbolica».

Come i nuovi quartieri, anche i nuovi edifici religiosi sono spessi orfani di piazza ed è il segnale che la Chiesa ha dimenticato di essere presenza attiva nella città. Romano illustra il fenomeno con l'immagine della famigerata chiesa romana di Richard Meyer, esercitazione nichilista priva di piazza (oltre che di croce visibile). Chiese così simbolicamente sterili non si capisce come possano suscitare pratica religiosa, così come quartieri privi, fra l'altro, del simbolismo della piazza, non si capisce come possano suscitare cittadinanza. Nel momento in cui il tessuto sociale delle nostre città si frantuma in mille lingue, religioni e culture diverse e incompatibili sarebbe bene che i vescovi e i politici, gli amministratori e gli architetti leggessero La piazza europea, prima di pronunciare a vanvera la parola «integrazione».