Il verso giusto Frammento La rivoluzione privata di Chodasevic


di Nicola Crocetti


\ Come l'uccello in aria e il pesce in mare,
come il lombrico nella molle terra,
come la salamandra dentro il fuoco,
così l'uomo nel tempo. Seguitando
i pianeti e le fasi della luna,
semiselvaggio zingaro, egli tenta
di scoprire l'abisso sino in fondo,
e di ritrarre in lettere inesperte
i fatti come scogli sulla carta.
Poiché il figlio dell'uomo sempre muta.
Periscono ugualmente leggi e regni,
le verità del mondo e le sue case.
Ma l'uomo sempre con uguale gioia
costruisce e distrugge: egli ha inventato
la storia e crede d'essere felice. \

(Traduzione di Serena Vitale)


Gorkij, che fu il suo padrino letterario e che nel 1922 lo ospitò con la moglie Nina Berberova nella sua villa di Sorrento, lo considerava il miglior poeta della Russia moderna. Giudizio condiviso da Nabokov. Ma fino alla caduta dell'Urss i russi non potranno leggere i versi di Vladislav Chodasevic, che il regime punì con l'ostracismo per il suo esilio volontario. Chodasevic nasce a Mosca nel 1886 da un nobile di origine polacca e da un'ebrea convertita al cattolicesimo, che fin da bambino gli legge i versi dei maggiori poeti polacchi. La sua prima raccolta, Giovinezza, del 1908, risente dell'influenza di Puškin e del simbolismo. È convinto della natura «profetica» della poesia russa, e dopo le nuove raccolte La casetta felice (1914) e Per la via del grano (1920), i poeti della sua generazione lo considerano un maestro.
Gli anni della Rivoluzione, cui inizialmente guarda con favore, sono durissimi: patisce fame e freddo, si ammala di tubercolosi, pubblica i versi de La pesante lira, gli ultimi. Nel '22 emigra con Nina: Berlino, Praga, infine Parigi, patria d'elezione degli sradicati russi. È malato, infelice, minaccia il suicidio. Scrive articoli anti-sovietici, rimpiange la madre Russia, di cui ama la lingua, il genio, la poesia. Ma non scrive più versi, solo un libro di memorie, Necropoli, testimonianza di una generazione perduta - Blok, Gumilëv, Belyj, Esenin -, travolta dalla violenza della storia. La morte per cancro al fegato, nel 1939, gli risparmia una sicura deportazione ad Auschwitz con la seconda moglie Olga, ebrea. Angelo Maria Ripellino rileva il clima di scherno e di pessimismo della poesia di Chodasevic, l'aspetto «mordace e velenoso», e il suo «mondo uggioso e grottesco, nel quale si aggirano personaggi meschini, idioti e mostri dall'apparenza fantomatica».