Il verso giusto Se dobbiamo morire McKay, il nero amato da Churchill e Hitler


di Nicola Crocetti


Se dobbiamo morire, non sia da porci
Braccati e chiusi in un luogo ignobile,
Mentre cani rabbiosi e affamati intorno ringhiano
Beffandosi della nostra infame malasorte.
Se dobbiamo morire, muoiamo nobilmente,
Che il nostro sangue prezioso non sia versato
Invano; allora anche i mostri che sfidiamo
Ci dovranno onorare, pur se morti!
Fratelli! Il nemico comune affronteremo!
Se è in soprannumero, mostriamogli valore,
Diamo un colpo mortale ai suoi mille colpi!
Che importa se ci si spalanca una tomba?
Noi siamo uomini, loro un vile branco assassino,
Stretti al muro moriamo, ma contrattaccando!
(Traduzione di Nicola Crocetti)


Spirito inquieto e rivoluzionario, Claude McKay è il padre dei poeti di protesta afro-americani. Ultimo di 11 figli di un agricoltore, nasce nel 1889 in un villaggio della Giamaica. Grazie a un fratello insegnante si fa una solida cultura letteraria, e quando nel 1914 lascia l'isola per approdare a New York ha già all'attivo due raccolte di versi. Nella Harlem di inizio secolo, ricorderà poi, si trova di fronte «a un evidente e implacabile odio per la mia razza», il che lo porta, per rivalsa, ad aderire al marxismo. Nel '19, mentre nei centri urbani americani divampano gli scontri razziali, McKay scrive il sonetto Se dobbiamo morire, che lo consacra poeta della comunità di colore, e che durante la Seconda guerra mondiale Churchill leggerà alle truppe britanniche. Pare che perfino Hitler lo conoscesse a memoria. Dal '19 al '21 McKay soggiorna a Londra, dove scrive la raccolta Harlem Shadows, opera capitale della poesia afro-americana. Nel '23 compie un viaggio a Mosca per testimoniare gli effetti della rivoluzione bolscevica, incontra molti leader sovietici e viene onorato come poeta (lo ammette lui stesso) in misura maggiore ai suoi meriti. Questo viaggio intiepidisce i suoi fervori marxisti e rende difficile il suo rientro negli Usa. Comincia una vita da espatriato: vaga tra le maggiori capitali europee e in nord Africa scrivendo, sempre nell'amata forma chiusa del sonetto, poesie politiche e testi erotici. Nel '34 può rientrare definitivamente a New York, dove fino al '48, anno della sua morte, è considerato il paladino delle masse di afro-americani.