Quel vescovo fra croce e svastica

Alois Hudal, rettore della chiesa nazionale tedesca a Roma, voleva redimere il nazismo essendone tuttavia complice

La croce e la svastica s'incontrarono amichevolmente a Roma, durante il fascismo, nella persona del vescovo Alois Hudal, austriaco di nascita, rettore di Santa Maria dell'Anima, la chiesa nazionale tedesca nella capitale italiana. Hudal ebbe il progetto visionario di cristianizzare il nazionalsocialismo e utilizzarlo come poderosa barriera contro gli assalti dell'ateismo sovietico. Si unì alla nutrita schiera dei preti che alzavano il braccio nel saluto fascista o nazista, ma non fu, come tanti altri, un conformista servile. Hudal voleva redimere il nazismo essendone complice. Insomma, un personaggio complesso e ambiguo, protagonista d'un libro di Dario Fertilio che ha per titolo L'anima del Führer (Marsilio, pagg. 215, euro 16,50).

Il racconto di Fertilio oscilla, molto efficacemente, tra la rievocazione storica e la ricostruzione letteraria degli avvenimenti. I dialoghi sono inventati, ma la loro sostanza è aderente con totale fedeltà ai fatti. Molto toccanti sono le pagine che Fertilio dedica a una buona azione compiuta, in circostanze drammaticissime, del vescovo in camicia bruna. È il 16 ottobre 1943 e centosessantacinque sgherri tedeschi danno il via a un rastrellamento di ebrei nel ghetto di Roma, a Trastevere, a Testaccio, a Monteverde. L'avvio degli ebrei ai campi di concentramento e di sterminio procedeva bene, a metà della giornata il generale tedesco Reiner Stahel, stratega dell'azione, era soddisfatto e risoluto a proseguire. Nel primo pomeriggio di quello stesso giorno un giovane molto distinto si presentò a Santa Maria dell'Anima e chiese di parlare con Hudal. Il nome del visitatore era Carlo Pacelli, nipote di Pio XII e suo messaggero. Lo zio Papa - spiegò il Pacelli nipote - voleva che lui, il vescovo, scrivesse una lettera a Stahel il cui testo era già pronto. Al generale, Hudal avrebbe rivolto un monito: se la caccia all'ebreo non fosse finita «il Papa sarà costretto a pendere apertamente posizione contro queste azioni, il che darà indubbiamente armi ai nemici di noi tedeschi». Un Hudal perplesso ma obbediente vergò l'appello. Annota Fertilio: «La stessa sera di quel sabato, ne fosse oppure no la causa quella lettera scritta sotto dettatura, il rastrellamento degli ebrei venne sospeso». Una buona azione, anche se non molto spontanea, di Hudal. Mai ricevuto in udienza, nonostante ripetute richieste, da Pio XII.

Hudal, negli anni del nazismo ruggente e vincente l'aveva fiancheggiato con slancio, e negli anni del nazismo vinto e fuggiasco con altrettanto slancio si prodigò per mettere in salvo alcuni tra i più noti responsabili delle efferatezze naziste. La morte di Hitler piombò il vescovo nel lutto, il crollo del Terzo Reich gli impose una missione alla quale si era preparato da tempo. Quella, umanitaria e ideologica insieme, di aprire vie di salvezza - le cosiddette «vie dei ratti», con riferimento ai topi in fuga dalla nave che s'inabissa - per i gerarchi del defunto regime. Molti tra loro erano figure di mezza tacca, manovali della dittatura e se del caso della morte, altri erano primattori dell'orrenda recita antisemita. Si servirono della breccia aperta da Hudal, fra gli altri Joseph Mengele, l'«angelo della morte» ad Auschwitz, Adolf Eichmann, Eduard Roschmann il macellaio di Riga, Gustav Wagner comandante del lager di Sobibór. Fertilio cita anche Erich Priebke, definendolo «responsabile della strage delle Fosse Ardeatine». In realtà il responsabile fu il colonnello Kappler, condannato all'ergastolo in un processo del 1948. Tutti i suoi subalterni se ne andarono assolti per avere obbedito a ordini superiori. Priebke, subalterno anche lui, era già a Bariloche, in Argentina, grazie alla «via dei ratti» e l'Italia ne ottenne l'estradizione.

Hudal aveva previsto l'emergenza e concordato il fuggi fuggi con l'ex capo dello spionaggio tedesco in Italia Walther Rauff. «L'organizzazione austriaca di assistenza ai profughi, un fumoso ente di copertura messo in piedi da Hudal a Roma, forniva nuove identità ai fuggiaschi, mentre un compiacente comitato internazionale della Croce Rossa, con il consenso del Vaticano sfornava strani passaporti». Anche Fertilio si pone gli interrogativi che la sorte dei gerarchi nazisti propone. Forse si esagerò nella protezione data anche a figuri hitleriani della peggiore specie. Ma il solo fatto di essere dalla parte dei vincitori poteva o doveva salvaguardare i boia staliniani da giuste accuse e condanne? Norimberga fece davvero giustizia? Per il vescovo Hudal - ma anche per molti altri - sicuramente non la fece. La croce non avrebbe dovuto allearsi con la svastica, ma non poteva allearsi con falce e martello.

Hudal si dimise da rettore di Santa Maria dell'Anima nel 1952 e morì a Roma nel 1963.