«Vi racconto Giuseppe Tucci che regalò l'Oriente al Duce»

Da tempo gli studiosi di geopolitica parlano di «Eurasia», ultimamente quel concetto aiuta a far luce sui nodi identitari irrisolti del Vecchio continente. Di quello stretto rapporto, millenario ed auspicabile per il futuro, fra Europa ed Asia, abbiamo avuto in Italia uno dei massimi sostenitori: l'orientalista Giuseppe Tucci. Autore da riscoprire, per il suo lavoro pionieristico nello studio delle religioni orientali (dal Taoismo cinese al Buddismo) e delle leggende e tradizioni del Tibet. Uno dei suoi lavori più noti, il classico Storia della filosofia indiana, è stata appena riedita da Laterza (pagg. 450, euro 12). Chi invece vuole avere un'idea più completa del personaggio deve procurarsi i due poderosi volumi scritti da Enrica Garzilli, esperta di Asia ed Oriente, allieva di Pio Flippani-Ronconi, che a sua volta ebbe in Tucci un prezioso maestro. L'esploratore del Duce (Memori - Asiatica Association, volume 1 di pag. 740, il 2 di pag. 742, 35 euro cadauno) è reperibile attraverso le principali libreria on line, Amazon compresa. Lettura consigliabile perché oltre all'esploratore (fra i primi europei a visitare la «città proibita» del Tibet e le foreste del Nepal) e al brillante saggista e cattedratico, si scopre l'agente per nulla segreto al servizio della politica internazionale italiana, soprattutto nel corso del Ventennio. Ne abbiamo parlato con l'autrice dell'accurata ed appassionata biografia, arricchita per giunta da lettere inedite ed interviste.
Mussolini finanziava le spedizioni asiatiche di Tucci. Che interesse aveva?
«Scopo principale era la propaganda. Propaganda italiana all'estero e fascista dentro il Paese. Prima di tutto, il Fascismo, idea nuova, politica nuova, quasi religione nuova, aveva bisogno di grandi imprese. Inoltre, Mussolini aveva mire ben precise sul piano internazionale, mandava esploratori in India, a spese sue, per potenziare le relazioni con quel Paese in vista di una caduta del dominio coloniale britannico. I soggiorni italiani del poeta mistico Tagore e di Gandhi, rispettivamente nel 1926 e nel 1931, furono eventi di enorme portata mediatica, ne parlarono tutti i giornali. Ebbene rientravano anche in questa logica di simpatia fra i due popoli in funzione antibritannica. D'altronde Mussolini aveva già mostrato grosso interesse per l'India in un famoso articolo del 1921. Poi c'era un motivo di prestigio: le grandi imprese di Tucci davano lustro al regime nel mondo intero. E non dimentichiamo che il Duce lo mandò anche in Giappone, a preparare l'anti-Comintern, nel 1937. Fu un protagonista di primo piano nella creazione dell'Asse nazifascista con Tokio, mi sembra un punto molto interessante. Insomma, a Tucci, che amava lamentarsi nelle lettere scrivendo che la scienza non era abbastanza aiutata dalle istituzioni, non mancarono mai aiuti, era molto prezioso per più di un motivo. Che chi dice che il suo atteggiamento nei confronti di Mussolini fosse ambivalente. Invece, fonti alla mano, risulta decisamente favorevole».
Veniamo al rapporto con Giovanni Gentile.
«Gentile rappresentava l'uomo di Mussolini dentro la cultura italiana, il filosofo ufficiale del fascismo, peraltro legato al Duce da una profonda stima a livello personale. Rappresentò l'uomo chiave per Tucci. Senza la mediazione di Gentile, non avrebbe mai avuto accesso al “Capo”, come amava chiamarlo. Fu sempre Gentile che volle nominare Tucci accademico d'Italia. Insieme poi fondarono l'Istituto Italiano per il Medio e l'Estremo Oriente, l'IsMEO. Il confronto fra i due era di vecchia data, risaliva al 1917 ed era anche sul piano filosofico, dato che Tucci, uomo molto colto conosceva benissimo anche la storia del pensiero occidentale e trovava legami filosofici fra Oriente e Occidente. Il loro rapporto fu lunghissimo e si interruppe solo con l'omicidio di Gentile nel 1944».
Invece Tucci dopo la guerra, con la caduta del regime, come se la cavò? Si era compromesso troppo?
«Per molti un uomo con quel passato doveva stare zitto. Venne così epurato per poco più di un anno e mezzo, lo stesso IsMEO rimase chiuso per due anni, anche a causa della mancanza di fondi e per il commissariamento. A Tucci non rimaneva che cercare in tempi brevi un altro protettore. Lo trovò in Andreotti».
Dunque, l'opera dell'orientalista tornò utile anche all'Italia democristiana e filo-atlantica?
«Nel mio libro ho messo l'intero carteggio fra Tucci e il Senatore, con quest'ultimo ho inserito anche un'intervista. Viene fuori che il rapporto fra i due fu strettissimo, quasi di amicizia. Durò appunto dal 1947 al 1984, fino alla morte di Tucci. Andreotti divenne proprio il nuovo patrono, non si preoccupò troppo del passato. Seppe distinguere fra lo scienziato che portava lustro all'Italia e il fascista. Decise di portarlo con sé anche in una missione ufficiale in Brasile. In fondo si trattava di un uomo molto famoso all'estero, anche oggi lo è, molto più che in Italia. In India ebbe importanti riconoscimenti, lo stesso Nehru lo ricevette come messaggero della comprensione fra i popoli. Ha ricevuto tutte le onorificenze possibili in molti paesi asiatici. Ha lavorato, studiato ed insegnato fino alla fine, senza mai risparmiarsi».