Zanzotto resta un grande poeta Anche in prosa

Ci sono varie angolazioni di lettura possibili, e ciascuna lecita, per queste prose di Andrea Zanzotto, Luoghi e paesaggi (Bompiani, pagg. 228, euro 11), raccolte, ordinate e annotate da Matteo Giancotti a due anni dalla morte dell'autore. A chi conosce, e sono i più, solamente lo Zanzotto poeta, verrà spontaneo raffrontare la rispondenza di questi 18 saggi con l'opera poetica. I cultori delle «piccole patrie» daranno probabilmente il massimo rilievo a tutto quel che nel libro odierno - «paesaggi» e altro - concerne l'area geografica dalla quale l'autore non si è mai allontanato se non per qualche raro viaggio: la natìa Pieve di Soligo e i suoi dintorni, le Prealpi e il Piave; con facoltà di sortita in «luoghi» abbastanza prossimi: Venezia e la Laguna, il Delta e i Colli Euganei...
E ci saranno coloro che dell'odierna raccolta faranno una lettura «ecologica», tale e tempestiva è la coscienza dell'autore davanti agli sfregi inferti dagli abitanti medesimi al loro patrimonio - il paesaggio -, mossi non solo dalla rapacità dei pochi o dei molti smaniosi di arricchirsi. Ma Zanzotto, mentre rammaricato denuncia, fruga più in profondo; e come fin dall'infanzia avvertiva il nesso tra la geografia perfetta di un luogo e le impronte lasciatevi dalla storia, così considera il paesaggio - in quanto legato al «groviglio inestricabile di fantasmi che aderiscono al vissuto individuale» - il proprio «vissuto primo», e noi diremmo «primario», all'origine dell'umana esperienza. D'altronde, la formula-titolo della sua raccolta d'esordio, Dietro il paesaggio, si conferma valida ancora nel 1994: «per me questo può essere ancora un programma». Dentro il paesaggio-tipo, quale si prospetta sia nelle fantasie che nelle rilevazioni concrete di queste pagine, pulsano entità vive, cose e persone; vi si colgono i làsciti del tempo e insieme l'autonomia di spazî che sembrano riserve in cui la Natura eserciti un residuo potere, una quasi voluttà di trasformare, che elude o frastorna ogni umano calcolo. Qui, nell'intreccio di sguardo e memoria, la virtù del prosatore si esalta: nel capolavoro Venezia, forse (1977) o in Lagune (1997), ispirato e drammatizzato dall'«idea di Laguna, di quella Laguna che quasi sgomenta (...) anche solo nello sfiorarla da lontano e pensarla, come avvenne a me, sulla base di remoti ricordi...».