LO CUNTO DE LI CUNTI Il padre di tutte le fiabe

Salvatore Silvano Nigro riferisce che Luigi Settembrini, traduttore e curatore, nel 1874, del Novellino di Masuccio Salernitano, negò al quattordicenne nipote Geppino una copia del libro, causa la licenziosità dell’opera: «Il Masuccio non è per te ora: quando avrai venti anni lo leggerai. Ogni cosa ha il suo tempo». Tuttavia Geppino ottenne, un anno dopo, un regalo ancor più bello: un pianoforte. «L’abbiamo comperato - gli scrisse l’amorevole nonno - per tua madre, ché noi non sappiamo sonare, e quindi sarà suo e anche tuo. Lo chiamiamo Masuccio, perché lo comperammo col denaro che io ebbi dalla stampa di Masuccio, e con qualche altro danaro». Ciascuno tragga dall’episodio la morale che crede. Ma il delicato punto che questa sorta di novella tocca è: l’arte è sempre per tutti? Settembrini, evidentemente, pensava di no. Masuccio, probabilmente, di sì.
E Giambattista Basile? Lui il problema non se lo pose, compilando in dialetto napoletano, all’inizio del Seicento, Lo cunto de li cunti, ovvero lo trattenimento de’ peccerille. Allora li peccerille, a Napoli e dintorni, non vivevano nella bambagia ottocentesca del nipotino di Settembrini (e anche adesso in molti non se la passano bene). I grandi spesso li maltrattavano, obbligandoli a lavori umili e pesanti; un pasto completo era l’eccezione; balocchi non ce n’erano; d’inverno si tremava per il freddo, vestiti di poveri stracci, e d’estate si puzzava come capre. C’era una sola via di fuga, dall’indigenza e dall’incultura. La via che portava ai cortili dove, la sera, intorno a una vecchierella sdentata, si radunavano grandi e piccini, pescatori e ladri, garzoni e contadini, fanciulle da maritare e guappi. Seduti per terra o sugli sgabelli, accovacciati sui muretti o appoggiati ai bastoni, gli astanti si accalcavano e a un certo punto facevano silenzio. Così la vecchietta cominciava a raccontare. Dalla sua bocca uscivano per incanto fate e orchi, erbe miracolose e tremende punizioni, alberi parlanti e terre sconosciute, re ingenui e megere astutissime. Soltanto allora li peccerille erano felici, era quella la loro effimera rivincita dopo una giornata di stenti.
Fra il pubblico, in quei cortili trasformati in teatri, c’era spesso anche un signore con i baffi all’insù e il pizzetto, il nostro Giambattista (nato probabilmente a Giugliano nel 1566 e mortovi nel 1632), che come tutti si emozionava, fremeva, rideva. E annotava su un foglio gli snodi della narrazione, le battute dei personaggi, le magie delle ambientazioni. Poi tornava a casa, a mettere tranquillamente in bella il suo capolavoro. Al quale attingeranno, fra gli altri, Perrault, Andersen, i fratelli Grimm... Perché la bella addormentata nel bosco, il gatto con gli stivali, Cenerentola e molte altre storie nascono da qui. Nel saggio Logica della fiaba, dedicato al Cunto di Basile (Bruno Mondadori, pagg. 286, euro 25), Michele Rak analizza la struttura dei cunti e le loro antiche fonti, dalle Mille e una notte all’Asino d’oro di Apuleio, dalle Metamorfosi di Ovidio alla tradizione cavalleresca, dai miti greci alla lirica petrarchesca al Decameron di Boccaccio.
Opera, quest’ultima, dalla quale il Pentameron (così venne anche chiamato il Cunto) deriva la scansione «quotidiana»: dieci le giornate boccaccesche che contengono le cento novelle, cinque i giorni in cui Basile inanella le sue cinquanta narrazioni. Che poi, in realtà, sono 49, poiché la cinquantesima non è che la chiusura del cerchio aperto dall’«Introduzione». Giustamente Rak evoca la figura mitica del serpente che si morde la coda, simbolo dell’opus conclusus, a sottolineare l’architettura di Basile. E così l’«Introduzione», lasciata a finale «aperto» come del resto tutte le altre storie, si salda con la «Conclusione»: cosa fatta, capo ha.
Nella «Postfazione» alla sua traduzione del Cunto (Adelphi, 1994), Ruggero Guarini ricordava come l’ineffabile abate Galiani, attribuendo il successo dell’opera fra XVII e XVIII secolo «a un oscuro complotto di governanti e di preti per pervertire e fiaccare il popolo (...) ci aiuta (...) a risolvere anche l’enigma delle successive sventure del libro: il Cunto è un pezzo di quelle tenebre che i Lumi hanno il dovere di combattere». Solennemente «maledetto» dai severi cultori delle «magnifiche sorti e progressive», il capolavoro di Giambattista Basile trovò ben altra accoglienza presso il napoletano purosangue Vittorio Imbriani (autore del saggio Il gran Basile, del 1875) e il napoletano d’adozione Benedetto Croce, che lo tradusse nel 1925 e che lo considera decisamente «il più bel libro italiano barocco (...) perché il barocco vi esegue una sua danza allegra e vi appare per dissolversi: fu già torbido barocco, ed è ora diventato limpida gaiezza».
E proprio sulla «limpida gaiezza» stanno puntando Domenico Basile, tris-tris-tris nipote di Giambattista, e Grazia Zanotti-Cavazzoni, tris-tris nipote delle prime traduttrici (in bolognese) del Cunto, i quali curano un’edizione multimediale (con cd) per la napoletana L’Isola dei Ragazzi. Per ora sono usciti due volumi, che contengono la prima e la seconda giornata, arricchiti da giochi e canovacci teatrali che mettono in scena le storie. «La fiaba - dice giustamente Rak - (...) funziona come il test chiamato “macchie di Rorschach”. Ogni lettore può vederci quello che vuole e avviarsi dal testo per uno degli infiniti reticoli di racconti che il suo gruppo possiede e crede praticabili. Si legge soltanto quello che si conosce e si può conoscere».
Così anche li peccerille del XXI secolo possono costruirsi da soli il «c’era una volta» che preferiscono.