"Il cuore vero" contro il mondo dei falsi

La bruttina stagionata degli anni Venti era inglese, ed era molto più sognatrice di quella milanese degli anni Novanta inventata (con sano realismo) da Carmen Covito. Lei, la londinese, non ha dovuto inventarla nessuno, visto che c'era già, e si chiamava Sylvia Townsend Warner. In verità, negli anni Venti non era ancora propriamente «stagionata», essendo nata nel 1893, ma in quanto scrittrice aveva facoltà di spingersi oltre le barriere mobili del tempo, e di guardarsi in prospettiva.

Sylvia era a tal punto più sognatrice della Marilina di Covito da innamorarsi, ovviamente per interposte persone in due romanzi, prima del Diavolo e poi dell'acqua santa. Il Diavolo mette infatti la coda in Lolly Willowes o L'amoroso cacciatore del 1926 (uscito in italiano da Adelphi nel '90), mentre l'acqua santa, sotto forma di sentimenti purissimi, è Amore in persona, cioè Cupido, in Il cuore vero del 1929, che fra pochi giorni uscirà per la prima volta da noi, presso Adelphi. Se la Lolly del primo libro è una zitella evasa dalla prigione dorata della famiglia del fratello per andare a vivere da sola in campagna dove, dopo un casto flirt con un ex impiegato di banca fattosi contadino, incontra a un Sabba il Demonio e gliene dice quattro, in pagine che suonano come un perfetto manifesto femminista valido ancora oggi, Sukey Bond, la fanciulla eroina di Il cuore vero, ha la determinazione di una Jane Eyre, rinforzata da una buona dose di incoscienza.

Siamo nel luglio 1873 quando l'adolescente Sukey, appena rilasciata (verrebbe da dire per buona condotta) dall'orfanotrofio entra in una nuova galera, mandata a servizio in una landa desolata di provincia. Lì incontra il suo Cupido, che ha le sembianze del coetaneo Eric, una povera creatura reietta come lei, sebbene figlio della padrona. Ultrasensibile, delicato, quasi femmineo, è lo zimbello di tutti. La drammatica manifestazione della sua malattia innesca il meccanismo narrativo che vede Sukey lottare prima contro la cattiveria della servitù, quindi contro quella dei signori. I piccioncini vengono infatti immediatamente separati, lui recluso chissà dove, lei di fatto ributtata in mezzo alla strada.

Ma, come dicevamo, Sylvia Townsend Warner era una convintissima femminista, e non esita a chiamare in causa persino Sua Maestà Vittoria, per aggiustare la vita della sua cazzuta Psiche e del suo fragile Amore.