D’Alema, Hamas e i furbetti della Farnesina

C’è qualcosa di innaturale, di patetico, grottesco direi, nelle disavventure nelle quali va regolarmente a cacciarsi il governo, nella capacità di complicare ciò che è semplice, di peggiorare quel che è già serio per suo conto. Sembra la ripetizione di uno sketch di successo di tanti anni fa, quello della Famiglia Passaguai.
D’Alema ha il suo daffare nel convincere da una parte i comunisti del suo governo e dall’altra gli alleati di qua e di là dall’Atlantico che in fondo tutto va bene, tutto si tiene, e che sarà mai. Qualcuno ha definito D’Alema il furbetto della Farnesina, o del Farnesino, tali sono le barbarie dei neologismi che ci tocca ascoltare e leggere. Daniele Capezzone parla, più sobriamente, di un D’Alema bilingue, italiano o inglese a seconda degli interlocutori. Penso a un precedente illustre, quello di Arafat che dei suoi discorsi mandava in giro due versioni: una in arabo, per i sostenitori di casa sua, una in inglese per quelli che aveva in Occidente. E quando era il caso i due testi va da sé che non coincidevano del tutto.
Le fatiche di D’Alema, bilingue o bifronte che sia, debbono fare però i conti con i Pierini nel governo, e nel suo stesso partito. Si è distinto il Fassino, il compagno di scuola tanto buono e cresciuto troppo che tutti abbiamo conosciuto il quale sostenendo il tavolo della Pace, già difficile da digerire, ha suggerito di invitare ad esso i talebani. Questa idea ha irritato gli alleati forse più del rilascio dei terroristi. Lì c’era una vita da salvare, il prezzo è stato duro, ma l’idea dei talebani attorno al tavolo della pace è stata accolta come una provocazione pura, con quei cinquemila soldati fra americani, inglesi, olandesi e canadesi impegnati nel Sud dell’Afghanistan a tenere a bada i terroristi, e a tenerli lontani da Kabul e Herat, ove ci sono i nostri soldati. Il portavoce Usa ha parlato di «un’idea pessima», non discutibile, o cattiva, pessima, e c’è chi ha usato l’arma dell’ironia: è come suggerire a suo tempo a Baffone di fare la pace con Hitler durante la battaglia di Stalingrado.
Resta il fatto che Fassino non è uno che passa per Montecitorio e dice la sua, è il segretario del partito del quale D’Alema è il presidente. E quella dei talebani portatori di pace ha avuto il plauso dei Turigliatto, ma ha fatto litigare gli altri, con mezza coalizione a storcere la bocca, o a fingere di non sapere.
Il peggio, però, D’Alema ce l’ha forse in casa, alla Farnesina. Nel corso della «settimana nera» è nato il nuovo governo palestinese, e il premier Haniyah, di Hamas, ha esortato alla resistenza contro Israele, affermazione accolta malissimo da Gerusalemme, ma anche da Washington, ove il discorso del capo di Hamas suona come rifiuto del riconoscimento dello Stato ebraico. Ebbene, dopo quel discorso il viceministro degli Esteri Intini ha sentenziato che si erano create le condizioni per riaprire le borse della spesa. Aiuti finanziari dei quali, dalle parti di Gaza e Ramallah è noto universalmente l’uso, che non è certo di pace.
Non ha fatto meglio, tutt’altro, il sottosegretario Bobo Craxi il quale ha ammesso di intrattenere rapporti diretti con Haniyah al quale ha rinnovato, è stato lo stesso Haniyah a rivelarlo, la promessa dei soliti aiuti finanziari. Il povero Bobo si è giustificato dicendo che le sue amicizie di oggi «sono le stesse di papà». E sorvoliamo pure su questa patetica sciocchezza. Esorterei il giovane Craxi a farsi proiettare alla Farnesina la scenetta del bambino che alla Tv di Hamas, alla domanda di quanti ebrei avesse ucciso la mamma kamikaze ha fatto il segno cinque con la manina aperta. Ho conosciuto a suo tempo Craxi, socialista democratico, liberale, europeo, occidentale. Bettino è morto prima dell’11 settembre 2001. Ma credo di sapere, e con me molti, da quale parte sarebbe oggi.
a.gismondi@tin.it