D’Alema, l’inossidabile antimperialista

Militante da sempre, il ministro degli Esteri sceglie in ogni caso il massimalismo: contesta Israele e gli Usa, fa il tifo per Hezbollah. Le capriole dell’«equivicinanza»

P er me, un ministro degli Esteri europeo oggi deve avere una missione prioritaria: essere uno scudo delle democrazie occidentali, promanare un messaggio di coraggio e di audacia concettuale di fronte al grande attacco terrorista mondiale, di autentica ricerca della pace contro il massimalismo, insomma, di innovazione perché la situazione mondiale è nuova. Un ministro degli Esteri deve dare il senso di appartenere anima e corpo a una civiltà, a un pensiero, all’alleanza delle democrazie. La destra e la sinistra non c’entrano, c’entra la capacità innovativa di fronte all’eruzione di nuovi problemi internazionali.
Ma D’Alema non è nato per questo, perché è un conservatore di sinistra. Un militante. Era davvero meglio che facesse il presidente della Repubblica, un ruolo fatto per esplicitare buoni sentimenti, come sostenne Giuliano Ferrara con atteggiamento un po’ paradossale. Come ministro degli Esteri ha un problema fondamentale: i suoi sentimenti «antimperialisti» sotto una sottile superficie bollono e quindi ben presto eruttano come lava, D’Alema aspetta sempre D’Alema all’angolo. Ha cercato di avere un buon rapporto con gli americani, si è inventato la formula dell’equivicinanza nel conflitto Medio Orientale (mentre è evidente che una democrazia che ha offerto tutto e ha ricevuto in cambio terrore, non può avere lo stesso atteggiamento verso un mondo autoritario, terrorista e teocratico); ha dedicato le sue migliori energie all’Unifil, sostenendo che avrebbero salvato il Libano e Israele dal riarmo degli Hezbollah; si è arrabbiato contro i due disgraziati comunisti che gli hanno mandato in crisi il governo sul rifinanziamento della missione in Afghanistan... Ma non ce l’ha fatta proprio a sostenere quella parte liberal clintoniana; il suo cuore e la sua mente appartengono al tempo e allo schieramento in cui gli Usa come Israele sono sinonimo di oppressione, prepotenza, imperialismo.
Il rapporto con Condi Rice è saltato sulla vicenda Mastrogiacomo, sulla pretesa acquiescenza Usa che non c’era, sulla scelta italiana delle mediazioni movimentistiche. Senza scordarci che comunque, anche con le dovute cerimonie, l’Italia ha lasciato l’Irak come primo gesto di politica estera.
In Libano, mentre continua l’assedio degli Hezbollah al governo di Seniora e a Israele, è noto che Nasrallah è già pronto con nuove armi iraniane, passate dal confine siriano, alla prossima guerra. L’Unifil è stata una delusione. E resterà indimenticabile l’immagine di D’Alema il 14 agosto a braccetto con gli Hezbollah in un corteo che ispeziona le rovine della guerra nel quartiere di Beirut che più che Libano è da tempo Nasrallahland.
Per Israele, è stato un continuo rimprovero: ricordiamo solo la condanna per l’uso eccessivo della violenza durante la guerra in Libano in cui gli Hezbollah attaccavano con i missili i civili di Haifa e di Kiriat Shmone e si facevano scudo dei loro civili (mai una parola italiana su questo pur cruciale tema che vanifica la convenzione di Ginevra); e l’affermazione irrazionale per cui la strage di Beit Hanoun (a Gaza, un edifico in cui per errore furono uccisi dei cittadini fra cui otto bambini) è non un caso, ma il «frutto di una politica, di una scelta sbagliata... c’è chi di fronte a questa scelta parla di un errore! Come un errore!», disse D’Alema. Il ministro degli Esteri italiano crede nel suo retaggio ideale: seguita a pensare che gli Usa abbiano posto una sorta di veto sulla politica mediorientale; che sia per l’Irak che per le altre questioni dell’Islam questo vada contrastato; ed ha anche la convinzione, ormai obsoleta, che Israele resti il motore, alimentato dagli Usa dei conflitti del Medio Oriente; e che il terrorismo, come ha detto più volte, non vada visto «in maniera semplificata». Sull’Iran siamo ambigui, su Hamas possibilisti, sull’Afghanistan perplessi e dubitosi, sull’Irak ci piace considerarlo un sintomo delle insufficienze di Bush, non diamo segno di sostenere in maniera consistente i dissidenti che vengono condannati, torturati, uccisi. La nostra lodevole battaglia contro la pena di morte dovrebbe tenerne più conto.
In poche parole, D’Alema non ha un messaggio morale chiaro, non consegna alla gente nessuna arma concettuale perché insegnino ai propri figli a difendere la nostra vita e la nostra cultura,non spinge il mondo islamico a prendere responsabilità, non insegna a lottare contro il terrorismo per amore della libertà.