Dagli Usa i fondi per restaurare il tempio rettangolare

Laura Gigliotti

È uno dei luoghi più ricchi di storia e meno valorizzati il Foro Boario con i suoi due splendidi templi, il tempio di Vesta (fine II sec. a.C.), rotondo, dedicato probabilmente a Ercole Vincitore, il più antico tempio in marmo di Roma e il tempio della Fortuna Virile (IV-III sec. a.C.), rettangolare chiamato anche il tempio di Portunus, il dio fluviale.
Niente file come davanti alla Bocca della Verità, niente illuminazione e il pericolo concreto di danni irreversibili. Se il tempio tondo è stato recuperato ed è visitabile, ma solo per appuntamento, per il tempio rettangolare la soprintendenza ha iniziato una prima verifica sullo stato di conservazione con i fondi del Giubileo e proseguito gli studi e gli interventi a salvaguardia degli affreschi. Servono qualcosa come un milione e 400mila euro per il restauro degli interni e degli esterni, 6mila solo per rifare il tetto e lavori per due anni. Che la situazione è critica se ne sono accorti anche quelli del World Monuments Fund stilando il loro elenco di siti in pericolo, pronti a dare una mano per il salvataggio. Le condizioni per il finanziamento del restauro del tempio rettangolare da parte dell’agenzia internazionale con sede centrale a New York e ufficio europeo a Parigi, ci sono tutte. L’urgenza, visto l’effettivo pericolo che corre il monumento, la fattibilità del progetto di recupero, l’importanza del sito. Il punto debole è il tetto, bombardato e rifatto malamente nel dopoguerra, spiega l’architetto Maria Grazia Filetici della soprintendenza archeologica. All’acqua che entra all’interno, impregna la cornice esterna con protomi leonine e inzuppa le pareti di tufo, si aggiunge l’inquinamento da traffico, l’umidità del fiume e i piccioni che penetrano nella cella dalla porta. I rischi maggiori li stanno correndo gli affreschi carolingi dell’VIII-IX secolo, che narrano la vita della Vergini e di Santa Maria Egiziaca, a cui il tempio venne consacrato alla fine del ’400 e poi ceduto agli Armeni.
Si devono a Antonio Munoz negli anni Venti, quando l’edificio venne restituito alla sua funzione originaria (era stato trasformato in chiesa nel IX secolo), i primi interventi di restauro. Nel 1959 il Tempio passò al demanio pubblico e negli anni Sessanta, quando era prassi comune, i dipinti a rischio vennero staccati. Sono quelli della parete di fondo che in quell’occasione furono rinforzati col gesso, dando così la stura ai ben noti processi di rigonfiamento e distacco della pellicola pittorica. Ora restaurati e messi in sicurezza da Cristina Vazio, saranno esposti il 28 novembre a Palazzo Massimo, mentre di procederà in loco al restauro degli altri rimasti fortunatamente sulle pareti e al loro risanamento. A questo mira il finanziamento di 72mila euro della tranche del Wmf relativa a una parete. Ma c’è speranza che venga ripetuto per l’altra, lascia intendere il responsabile dell’organizzazione Gaetano Palumbo. L’intervento inizierà subito, durata prevista undici mesi. Alla fine gli affreschi verranno riposizionati al loro posto, sperando di rifare il tetto com’era a una sola campata e tutto il resto. Un saggio di pulitura sulla parete d’ingresso del tempio mostra il colore che avrebbe a fine lavori.
Con 100-120 progetti aperti all’anno per una spesa di 20 milioni di dollari, l’agenzia che pubblica ogni anno l’elenco dei cento siti in pericolo, impiega fondi privati prevalentemente di fondazioni americane e ha collegamenti e alleanze in tutto il mondo. A Roma è già intervenuto con 500 milioni delle vecchie lire per il restauro del tempio di Vesta, mentre recentemente ha concorso al recupero del chiostro dei Santi Quattro Coronati e sta lavorando con l’Icr al recupero degli affreschi di Santa Maria Antiqua. «Cercheremo di fare qualcosa anche per il Palatino», dice Palumbo.