Dai B-movie al MoMA: Tim Burton artista totale

A New York una esposizione sul regista visionario I suoi disegni, foto e storyboard accanto a Mirò e Dalì. E' la certificazione che non esistono singoli "settori" della creatività, ma talenti a 360 gradi

Da quando il mondo del cinema si è accorto che i veri talenti si aggirano soprattutto nel campo dell’animazione e che i capolavori del nostro tempo sono cartoon come Wall E o Up, è anche possibile che un regista surreale e stralunato varchi la soglia del più importante museo americano d’arte moderna al fianco dei colossi del ’900, quali Picasso, Mirò e Dalì.

Fino al 26 aprile 2010 il MoMA di New York ospita la prima antologica di Tim Burton, una rassegna completa del suo cinema visionario, accompagnata da disegni, dipinti, incisioni, fotografie, storyboard, illustrazioni, a rivelarne il talento immaginifico a 360 gradi. Insomma, uno di quei rari esempi di artista totale, una strada tentata nel recente passato da personaggi del calibro di David Lynch, Peter Greenaway, David Cronenberg, con la differenza che Burton sembra possedere più registri tematici e, soprattutto, una leggerezza e un’ironia che altri non conoscono.

Nato nel 1958 a Burbank, a due passi da Hollywood, il giovane Tim trascorre l’infanzia da emarginato, in un mondo molto simile a quello della cittadina di Edward Mani di Forbice, il film che lo ha rivelato all’attenzione generale. Chiuso e diffidente, i suoi unici svaghi sono la sala cinematografica che proietta i B Movies dei suoi «eroi», Ed Wood e Vincent Price, e il cimitero vicino casa dove si rifugia a disegnare come un pittore romantico dell’Ottocento. L’arte lo affascina presto e infatti si iscrive alla Cal Arts di Valencia, la più importante scuola d’arte della California, dove insegnano Dan Graham e John Baldessari e da dove sono usciti personaggi del calibro di Kim Gordon dei Sonic Youth e futuri artisti come Tony Oursler e Mike Kelley. Quando finisce gli studi comincia a lavorare alla Walt Disney, figurando tra gli illustratori di Red&Toby. Nemici e Amici: ma i suoi schizzi sono troppo macabri e strani per la storica casa di cartoon che infatti non gli rinnova il contratto. All’inizio degli anni ’80 con la tecnica dello stop-motion realizza i suoi primi cortometraggii, Frankie, la storia di Frankenstein reinventata per un cane e Vincent, omaggio all’idolo Vincent Price che colpito da tanto amore gli presta la voce. Di questo stile, che prevede l’utilizzo di una particolare cinepresa che impressiona un fotogramma alla volta Burton diventa un autentico specialista, capace di realizzare due dei suoi film più famosi, Nightmare Before Christmas e La sposa cadavere, entrambi nati da visionari disegni e illustrazioni che di fatto ne compongono la struttura.

Parallelamente al successo nel cinema, Burton continua a dipingere e disegnare, pur senza esporre nelle gallerie o nei musei. La mostra del MoMA, che di fatto è il suo esordio ufficiale da artista passando dalla porta principale, comincia proprio da qui, dagli esordi cinematografici che vanno di pari passo all’ossessiva e maniacale sperimentazione. Logo della rassegna non poteva non essere uno schizzo a matita di Edward, primo degli immortali personaggi partoriti dalla sua fantasia creativa e occasione dell’incontro con Johnny Depp, suo attore di culto che lo seguirà come un’ombra in quasi tutti i quindici film. Oli e acrilici su tela, inchiostri e matite su carta, quindi foto polaroid, inscenano un mondo popolato da strani freaks, teneri mostriciattoli, malinconici e incompiuti. Alcune di queste creature sono ispirate a musicisti o brani cari a Burton, come i disegni della serie Trick of Treat e i ritratti dei Ramones. Un capitolo a parte è riferibile alle Dark Lady, interpretate nei film da Helena Bonham-Carter, compagna del regista. Negli scatti fotografici Burton si diverte a costruire assurde messinscene dove il surreale si sposa con il punk e il gusto del gotico incontra il linguaggio dell’arte contemporanea. Soprattutto nei quadri predomina il Surrealismo alla Ernst, Dalì e Magritte, pittori nei confronti dei quali Burton paga più di un debito.

Cinema e arte risultano, in questa mostra, indissolubilmente legati nella poetica di Burton. I suoi film, infatti, nascono da schizzi, disegni leggeri e malinconici, in qualche caso veri e propri storyboard per le sequenze di Mars Attack o di Bettlejuice, altre volte deliziose operine del tutto autonome che reggono senza problemi il confronto con il Pop Surrealism, oggi molto in voga nell’arte americana. Burton, peraltro, è stato tentato anche dal fantasma della letteratura: nel 1997 pubblica il libro Morte malinconica del bambino ostrica, una raccolta di poesie illustrate da disegni, e nel 2006 La sposa cadavere che raccoglie gli schizzi utilizzati per il soggetto del film.
Sono oltre settecento opere e oggetti esposti nelle sale del MoMA, tra cui pupazzi, maquette, costumi di scena e arredi usati nei ventisette anni di carriera. Secondo i curatori Burton ha certo preso ispirazione dalle fonti della cultura pop, ma allo stesso tempo ha letteralmente inventato un genere cinematografico ibrido e complesso, adorato dai fans e influente nelle ultime generazioni di artisti.

Tra le curiosità della mostra, oltre a numerose foto di scena e di backstage sul set, la linea di giocattoli inventata da Burton che non poteva non essere noir e sepolcrale, ovvero «Tragic Toys for Girls and Boys». Il tutto al MoMA fino alla primavera 2010, quando uscirà il nuovo film di Tim Burton, la sua versione di Alice nel Paese delle Meraviglie, accompagnato come al solito da Johnny Depp. C’è da scommettere che sarà un capolavoro di allucinazioni, paesaggi spettrali, incubi oscuri, animali parlanti, brividi e risate a denti stretti.