Dai faraoni al "delitto" Puskin Ora la storia la riscrivono i Ris

Le tecniche alla Csi si estendono alle biografie di personaggi celebri
Si studiano macchie di sangue e Dna. Per Pico arrivano i carabinieri

La storia culturale si vernicia di giallo. La tinta del mistero, delle indagini sofisticate, le stesse che portano alla ribalta i Ris nei casi più mediatici di «nera»: analisi comparative del Dna, verifiche chimiche, Luminol (un derivato dall’acido nitroftalico, che a contatto con il sangue rilascia una chemioluminescenza bluastra, rivelando alla Scientifica tracce organiche occulte), approfondimenti molecolari e tomografie in 3D. Il tutto per fare chiarezza sulla fine di personaggi la cui stessa enorme levatura, letteraria, politica, storica, ne ha avvolto il transito mortale o le (presunte) spoglie in arcobaleni di leggenda, talvolta di misticismo. Ha la scienza il diritto di farsi strada su un terreno che appartiene più alle suggestioni, alle emozioni popolari, al culto di devoti che non si nutre di certezze analitiche, ma di pura, irrazionale fede?

La risposta è sì. Almeno per gli specialisti russi che in questi giorni stanno ricostruendo la «scena del crimine» in cui si consumò il trapasso di Aleksandr Sergeevic Puskin (Mosca 1799 - San Pietroburgo 1837). Un divano, nella casa-museo di San Pietroburgo, conserva macchie di sangue, che per gli adoratori del poeta dell’Eugenio Oneghin sono reliquie autentiche del loro idolo. I tamponi dei ricercatori medico-legali di Mosca confronteranno il materiale con quello che impregnò la giacca di Puskin alle quattro del pomeriggio del 27 gennaio 1837, quando un proiettile trafisse l’addome dello scrittore, dall’alto in basso, infiammando gli intestini, e creando nel tenue una cancrena «grande come un copeco», responsabile della morte, sopraggiunta due giorni dopo, a quanto si legge nel referto necroscopico dell’epoca. Puskin rifiutò le cure. Agonizzò sul sofà. Campione romantico in piena regola.

Gli studi chiariranno se un ricovero clinico avrebbe potuto salvare l’eroe, permettendogli di arricchire il suo catalogo con altri capolavori poetici. A ferirlo in duello era stata la rivoltellata del rivale, il cognato George d’Anthès, un francese che serviva nella Guardia Imperiale e che dal suo tutore, il diplomatico olandese accreditato a corte, Jacob Van Heeckeren, aveva ricevuto il titolo di barone e un livello nell’alto ambiente zarista che la sua mediocrità non gli avrebbe garantito. Puskin lo aveva sfidato, dando credito alle insinuazioni di una tresca tra il giovane cavaliere e la propria moglie, la bellissima Natal’ja Nikolaevna. Una gelosia privata, ma non solo, se regge la teoria di un complotto ai danni del focoso letterato, reo di aver messo alla gogna nei suoi scritti figure dell’establishment, funzionari e burocrati, che lo ripagarono, pilotando le attenzioni del fatuo francese sull’appetitosa consorte e avvelenando il clima con malignità da salotto e da alcova. Le supertecniche forensi illumineranno il quadro.

Clamorose le risultanze di analoghe indagini. Ci spostiamo a Weimar, culla del classicismo tedesco. Qui riposano le memorie di due giganti della poesia: Goethe e Friedrich Schiller. Nessun dubbio sulle ossa del primo, chiuse nella bara di quercia, maggiore attrazione della cripta ducale. Ma sui resti mortali del secondo, idolatrato libertario, l’artefice del Guglielmo Tell, l’esame del Dna ha infranto le credenze. Alla sua morte, nel 1805, Schiller fu deposto, secondo gli usi del tempo, nell’anonimato di una sepoltura comune. Al crescere del suo culto, le devozione degli adepti reclamò un oggetto più preciso da venerare, il cranio, la teca di quel cervello che aveva elaborato grandiosi ideali germanici e umanistici.

Sulla base di certe somiglianze con una maschera mortuaria, nel 1826 una prima ricognizione selezionò un teschio all'augusta candidatura schilleriana. Nel 1911, l’anatomista August von Froriep dichiarò di aver riconosciuto la vera testa del vate in uno stock di crani riesumati dalla stessa cripta. Dove stava la verità? Nessuno dei due reperti ha superato, nel 2006, l’esame probatorio del Dna. Cellule prelevate dai resti di parenti stretti hanno dimostrato l’incompatibilità delle reliquie ossee.

Oggi, un malinconico cartello avverte il visitatore che la cassa monumentale di Schiller è un cenotafio. Ci si consola, riflettendo sul fatto che l’eredità più sincera di un grande giganteggia nella sua opera poetica, nel messaggio imperituro delle parole e delle idee, non nei brandelli del corpo. Si profila un giallo nel giallo. Sul finire del ’700, Franz Joseph Gall, pioniere della frenologia, una parascienza che pretende di «leggere» i tratti del genio nei tratti plastici del volto e del cranio, alimentò il macabro collezionismo: studiare il teschio di un grand’uomo poteva schiudere i segreti portali dell’arte. Un membro della commissione che nel 1826 propose il primo «vero Schiller» (in realtà, il teschio di una specie di sosia) risulta essere stato un fanatico seguace di Gall. «Se si dovesse aprire un caso giudiziario, per occultamento di resti umani» ha commentato un recente studioso della questione «gli inquirenti avrebbero un buon punto di inizio per le indagini».

I Ris di Parma sono entrati in azione al dipartimento di antropologia di Ravenna. Lavoreranno su un mucchietto di ossa appartenute a Pico della Mirandola e ad Angelo Poliziano, umanisti fiorentini deceduti nel 1494, sepolti insieme nel convento di San Marco. Confrontato con quello di parenti assodati, il loro Dna dovrà confermare le identità.

E l’indagine biomolecolare stabilire le cause della morte, se naturale o per veleno. Pico, in particolare, potrebbe essere stato eliminato per la sua denuncia contro l’astrologia, ritenuta sviante e demoniaca. Marsilio Ficino, invece, la considerava un sapere perfetto. Gatta ci cova. Forse rivalità tra letterati, complicate dalla repressione religiosa dell’Inquisizione, sfociarono in un omicidio illustre.

Nel caso del faraone ragazzo Tutankamon, le analisi hanno sfatato l’ipotesi del delitto. Nessuna Csi. L’anatomopatologo ha dimostrato che fu la setticemia, per una ferita alla coscia (probabile causa una caduta dal carro da battaglia) a uccidere il giovane in pochi giorni.
Quanto a Ramesse il Grande, passato al setaccio nei laboratori asettici di Parigi nel 1975, l’archeologia clinica, oltre a stabilire certezze, ha inoculato domande: come spiegare le tracce di nicotina sulla pelle del sovrano, millenni prima della scoperta dell’America, culla del tabacco?

Anche l’arca di Galileo, A Santa Croce di Firenze, potrebbe schiudersi per rivelare nel 2009, l’anno a lui dedicato, le cause della cecità. Fatta salva la questione se sia onesto, per curiosità scientifica, interrompere il sonno eterno di un uomo.