Dai vetri di Albenga una lezione di fascino

Plinio il Vecchio afferma che i casuali «inventori» del vetro siano stati dei mercanti fenici. Anche se la notizia non è certa, il vetro è sicuramente una delle più antiche creazioni umane. La tecnica di realizzazione odierna non è sostanzialmente cambiata da quella arcaica, basata sulla fusione di sabbia quarzifera, un componente alcalino e calce. Aggiungendo all’impasto ossidi metallici si ottengono i vetri colorati. In età imperiale il più grande centro di esportazione di prodotti vitrei era Alessandria d’Egitto. La mostra «Magiche trasparenze. I vetri dell’antica Albingaunum», allestita nel Museo nazionale romano di Palazzo Altemps fino al 9 settembre, ci fa conoscere per la prima volta una collezione di vetri proveniente da Albenga, un tempo importante città portuale sulla costa ligure. Nonostante la fragilità del materiale, i pezzi si sono conservati perché facevano parte di corredi funerari e quindi non esposti ai rischi del continuo utilizzo. La loro notevole quantità è, però, legata anche al particolare gusto locale che faceva preferire il vetro ad altri materiali, come l’avorio, l’ambra o il metallo. Tra i cento reperti esposti, ve ne sono alcuni dalle forme abbastanza rare, ma il pezzo forte è senza dubbio il grande piatto blu cobalto con una scena di danza dionisiaca. Il prezioso vassoio è stato colato a stampo, molato e levigato al tornio. La decorazione è a intaglio, secondo una difficile tecnica, sperimentata forse per la prima volta ad Alessandria. Prima di questo ritrovamento si riteneva che questa tecnica fosse del III secolo d.C., ma ora sappiamo che è più antica perché quest’oggetto si data alla fine del I o agli inizi del II secolo d.C. Una parte della collezione è costituita dagli oggetti da mensa, in particolare bottiglie, anforette, bicchieri, ciotole, piatti, salsiere e un raro cucchiaio. Un’altra parte è dedicata alla cosmesi con i vari balsamari dai colli stretti e lunghi.