Dall’organo alle chitarre, è tutta un’altra musica

Il millenario rapporto fra le sette note e la Chiesa in un saggio di Luigi Garbini: dagli splendori antichi alla decadenza

Che una storia della musica sacra dichiaratamente «breve» occupi cinquecentodieci fitte pagine, dimostra il seguente teorema. Come da sempre il suono - la preghiera «intonata: non «detta» - sia il mezzo imprescindibile per comunicare con presenze soprannaturali (o ritenute tali) che si identificano nei suoni di natura eppure sono invisibili. Ad esempio, nella mitologia greco-romana, il tuono quale espressione dell’ira di Giove. La musica, dunque, elemento portante di tutte le civiltà primitive e colte: dall’uomo dei primordi che intuisce presenze magico-religiose (vedi gli studi di Combarieu), al canto ebraico dei Salmi nella sinagoga a quello dei cristiani d’Occidente e d’Oriente in latino o in greco. Dalla polifonia - il canto a più voci - che riprende il melos gregoriano ma lo scalza con la maestria del comporre sempre più alta sino alle Messe e ai Mottetti del Quattro-Cinquecento: dal «divino» Desprez al «mitico» (per i posteri) Palestrina.
Di tutto questo e di molte altre, fondamentali questioni racconta, da storico della cultura e musicologo dotto eppure affabile e comunicativo, Luigi Garbini nella sua necessariamente non Breve storia della musica (il Saggiatore, euro 26) che va Dal canto sinagogale a Stockhausen ossia alla musica del XX secolo con Santa Cecilia, patrona dei musicisti, in copertina. Storico della cultura, dicevamo di Garbini: varesino, classe 1967 e sacerdote singolarmente illuminato visti i cattivi e contraddittori rapporti che, da sempre, sono intercorsi fra la chiesa cattolica e la musica: con il papa-mecenate che commissiona messe e assolda cantori e compositori fiamminghi (ha anche una Cappella privata, la Sistina, che lo segue negli spostamenti) e il papa-principe della cristianità che bolla (Giovanni XXII) e vieta quella stessa polifonia da lui richiesta e praticata. E se per la Chiesa di Roma «gli strumenti, eccetto l’organo, sono arnesi del diavolo», per Lutero «la musica è un dono di Dio» che permette ai fedeli, nella liturgia riformata, di partecipare al culto come mai era riuscito (né riuscirà) alla chiesa cattolica: tantomeno col Concilio ecumenico Vaticano II da cui nacquero messa beat e chitarre in chiesa. Ossia l’affossamento definitivo di un patrimonio millennario.
D’altra parte Garbini, oltre che «goloso» di musica sotto ogni forma, è, da circa un decennio, coordinatore delle manifestazioni artistico-musicali nelle chiese e direttore di quel «Laboratorio di musica contemporanea al servizio della liturgia» (Morricone e Pennisi, Francesconi ed Oppo tra i collaboratori) che vorremmo più attento ad una «qualità media» - almeno: vedi un incredibile Inno del Giubileo - della quotidiana musica da chiesa. Da storico della cultura, dunque, Garbini esordisce con un mito-metafora poi rivestito di suoni da alcuni musicisti: esemplarmente Monteverdi, Locatelli e Gianfrancesco Malipiero. Quello di «Arianna (la musica), innamorata di Teseo (la parola) che inaugura un legame intenso e duraturo per aiutare il compagno ad uscire dai meandri del palazzo di Cnosso (il sacro) e lo sostiene contro le insidie del labirinto per fargli rivedere la luce dopo la vittoria sul Minotauro (liturgia)».
Arco ampio. Dai Salmi ebraici «cantillati» (né parlati, ne cantati) alla Sinfonia di Salmi di Stravinskij. Dalla «musica delle sfere» dei Pitagorici, talmente alta da risultare inudibile, all’Editto di Costantino (313 d.C.) che con la libertà di culto fa esplodere la musica liturgica. Dalla Controriforma al «Vaticano II». Più una discografia raffinata (manca però la Messa di Notre Dame nella storica esecuzione del Deller Consort) e un’ampia, importante bibliografia.