Dalle frontiere alla bioetica: oggi il problema è il limite

Per il nostro mondo superare i limiti è una virtù: da Bodei a Debray fino a Risé, così gli studiosi affrontano il dilemma di un'epoca

Si dice limite. Si dice: barriera, ostacolo. Si dice confine. O incapacità. In ogni caso, al mondo contemporaneo, occidentale, non piace. Oggi superare i limiti, «proiettarsi verso l'ignoto», non è hybris, non è un peccato che sarà punito dagli dèi: è «il maggior vanto dell'età moderna», come scrive Remo Bodei nel suo ultimo saggio (Limite, appunto, da poco pubblicato da Il Mulino, pagg. 124, euro 12).

Di più. L'avventura, in tutti i campi e i sensi, è diventata «normale», è il modo in cui l'uomo agisce e realizza se stesso ed è, anche, la direzione lungo cui viene interpretata la temporalità: la storia come progresso. L'uomo ha abbattuto i muri, dice Bodei, quelli che «impedivano alla conoscenza di penetrare negli arcana naturae, gli arcana Dei e gli arcana imperii, i misteri della natura, di Dio e del potere»: e, da allora, il limite non ha fatto altro che spostarsi in avanti, trasformandosi, per definizione, in qualcosa di «provvisorio». Qualcosa che è destinato a essere superato, secondo la tesi di Bloch per cui pensare è «oltrepassare», varcare i confini.I confini però non smettono di essere. Nasciamo limitati: nel tempo, nello spazio, in un corpo e un cervello.

Forse, dicono le ultime scoperte delle neuroscienze, perfino la nostra libertà non esiste e ci comportiamo non in base a quello che decidiamo, che scegliamo consapevolmente, bensì «in base alla nostra stoffa genetica e alla modalità di funzionamento fisiologica, registrabile con il ricorso alle più avanzate tecniche diagnostiche», tanto che perfino la responsabilità delle nostre azioni può essere messa in dubbio, come spiega Marina Lalatta Costerbosa nello Spazio della responsabilità (Il Mulino, 2015).

Siamo finiti, e lo siamo in senso esistenziale, fisico, identitario, conoscitivo: ma per noi l'essere finiti non è più sinonimo di perfezione, come lo era per Aristotele; e l'àpeiron, l'infinito-indefinito non è il negativo: è il nostro sogno. È anche, in molti modi, la nostra realtà. Lo è nella globalizzazione, abbattimento dei limiti per eccellenza, nella finanza, nella circolazione delle merci e delle persone, della cultura e dell'educazione, dell'informatica e delle informazioni. Lo è nella mentalità, sollecitata a «superare i pregiudizi», ad accogliere quelli che sono presentati come nuovi diritti: per esempio il diritto ad avere un figlio, anche ricorrendo a tecniche vietate, come ha dimostrato il dibattito sulle unioni omosessuali, l'utero in affitto, la cosiddetta stepchild adoption...

Lo è nell'Europa «senza confini». Un'Europa che però viene criticata come un mastodonte burocratico lontano dalla gente e dove, di fronte all'arrivo massiccio di migliaia di immigrati, qualche paese ha ricominciato a erigere muri: l'Ungheria, la Slovenia, la Serbia, la Macedonia, la Croazia. L'Austria, pure, vuole sigillare le frontiere. Perché? Solo perché i confini danno sicurezza, danno l'illusione di restare immuni dal cambiamento e - nello specifico - dal flusso di disperati e di clandestini? Nel suo Elogio delle frontiere (Add Editore, 2012), Régis Debray spiega come le barriere facciano parte di noi, a partire dalla pelle. «Oggi non ci sono più limiti», dice Debray, è una frase da bar, eppure «l'indecenza della nostra epoca non deriva da un eccesso, ma da un deficit di frontiere. Non ci sono più limiti a, perché non ci sono più limiti tra. Tra cittadino e individuo. Tra noi e io, essere e apparire, banca e casinò, informazione e pubblicità. Tra la scuola, da un lato, le credenze e gli interessi, dall'altro. Tra Stato e lobby. Tra spogliatoio e campo, camera da letto e ufficio del presidente».

Perfino la soglia di casa, dice Bodei, è diventata una parete permeabile, in cui può entrare di tutto. Soprattutto, dalla soglia (di casa e di noi stessi) non c'è più freno all'«inflazione dei desideri», alla convinzione che sia «vietato vietare» (slogan sessantottino) e che ogni aspirazione sia un diritto. È quella che Claudio Risé, nel suo nuovo libro Sazi da morire (San Paolo edizioni, pagg. 176, euro 14,50) definisce «la più diffusa malattia dell'Occidente»: «Un continuo oscillare dal delirio di onnipotenza e dalla volontà di godimento illimitato a una sostanziale impotenza e depressione». È la «perdita del senso della misura», la dismisura che diventa regola di vita, individuale e sociale: la scienza, le biotecnologie e la genetica che varcano confini una volta ritenuti sacri; la negazione della necessità e della fatica, «ineludibili aspetti del limite umano», dice Risé.

Di fronte a chi aveva evocato la fine della storia e la fine della scienza, la storia e la scienza si ripropongono, con tutti i loro limiti (e dubbi). Per esempio: per affrontare il terrorismo e garantire la sicurezza è giusto limitare la libertà? E ancora, dopo la strage di Charlie Hebdo o il caso Dieudonné in Francia, un altro confine si è re-imposto all'attenzione: quello della libertà di satira, da sempre «labile», dice Giovanni Ziccardi un saggio dedicato ai discorsi d'odio e alla possibilità di condannarli o evitarli (L'odio online, in libreria dal 24 marzo per Cortina, pagg. 200, euro 21), senza oltrepassare un altro confine, quello della censura. D'altra parte, la presunta «fine della scienza» è stata smentita da un secolo di scoperte che non fanno altro che stimolarne di nuove, come ha spiegato il fisico Marcelo Gleiser in The island of knowledge (Basic, 2014), ovvero «l'isola della conoscenza» (che poi è un'immagine dalla Critica della ragion pura di Kant): la scienza - dice - è necessariamente limitata; se non lo fosse, non procederebbe. La scienza deve fallire per progredire, così come l'uomo deve superarsi per migliorare, per realizzare quella che il filosofo tedesco Peter Sloterdijk definisce la «scalata» del Monte Improbabile.

Gli uomini, dice Sloterdijk in Devi cambiare la tua vita (Cortina, 2010), sono degli «acrobati». Però, attenzione a festeggiare la «domenica della vita», convinti che, in virtù di qualche scoperta e minuscola conquista di sé, si sia già in cima alla vetta. Per quello serve esercizio, e per l'esercizio, ovvio, serve un limite da sfidare. Serve, dice Debray, un «diritto alla frontiera».Eleonora Barbieri