Dalle risorse alle foto fino alle malattie È un mondo condiviso (anche per avere di più)

Non solo internet e i social, anche la cultura e le istituzioni si basano sempre più sullo «sharing» Con conseguenze per la nostra privacy

Arrivata da poco a New York, una sera la scrittrice Julia Anne Miller condivise il taxi con un collega. Finì a farsi succhiare le dita dei piedi da questo semi-sconosciuto (le aveva detto che era il suo «ultimo desiderio» prima del matrimonio). Questa storiella, raccontata sul New York Times, parla dei rischi di credere al prossimo e, anche, di che cosa significhi «condividere», certe volte.

Perché oggi si fa un gran parlare di condivisione: più che un gesto, una modalità, un approccio all'esistenza che nasce dal mondo della rete, dalla musica e dai file, dalle informazioni e dalle fotografie che milioni di persone mettono in comune su internet; e poi si è estesa a molti ambiti della quotidianità, con l'ambizione, o la pretesa, o la deriva (naturale?) di coinvolgerli praticamente tutti. Anche se, spesso, più si parla di qualcosa, meno ce n'è in realtà...In ogni caso «condivisione» è una parola che non si può non sentire, scrivere, leggere o pronunciare: per esempio in occasione di Expo Milano, Intesa Sanpaolo ha realizzato una serie di conferenze sul tema, che ora sono diventate un libro, Un mondo condiviso (Laterza).

L'antropologo Jared Diamond si pone uno dei problemi cruciali: «Ricchi e poveri possono condividere pacificamente un mondo globalizzato?». Non possono, è la sua risposta, nel senso che le risorse vanno condivise, altrimenti saranno guai (per tutti). È la domanda che pongono le migliaia di migranti che si ammassano ai confini dell'Europa, oltre i muri e i fili spinati che non sono certo simboli di comunione; ma, se «uno dei problemi più urgenti del nostro tempo è quello di sapere come si può costruire o ricostruire un mondo condiviso tra persone e culture provenienti da ogni parte del mondo», come scrive Remo Bodei ne L'arte della condivisione (altra serie di saggi, edita da Utet), «la retorica della globalizzazione e del multiculturalismo ci impedisce spesso di cogliere la complessità delle questioni che essi pongono, dei vantaggi e degli svantaggi».

Un po' come, a livello politico, l'Unione europea - come spiega Ilvo Diamanti - che ora sembra più che altro essere legata, paradossalmente, da un sentimento antieuropeo.La condivisione è un fenomeno che va oltre il mondo del web, ma a esso è legata a triplo filo. I social come Facebook, Instagram, Twitter sono il regno della messa a nudo di se stessi, dell'intimità sbandierata, della trasparenza che diventa ossessione, quando non è un obbligo imposto dalle autorità: il mondo che tanto tiene alla privacy è anche quello che l'ha cancellata, che l'ha resa un concetto ormai «risibile», come ha scritto l'ex procuratore capo di Prato Piero Tony sul Foglio del 9 marzo. Perfino i nostri dati più sensibili, come quelli genetici, possono essere resi pubblici per aiutare la ricerca; una condivisione «estrema», ben rappresentata dalla vicenda di Salvatore Iaconesi, un hacker il quale, quando scopre di avere un tumore al cervello, decide di mettere on line le sue cartelle cliniche per «condividere» cure e terapie (lo racconta ne La cura, appena pubblicato da Codice).

Ma tutto il nostro mondo, anche nelle minuzie, è dominato dal prefisso «co» o dal suffisso «sharing»: bike-sharing, co-working, e poi crowfunding, condivisione delle responsabilità in famiglia, di abiti e borse costose, badanti, baby sitter, malattie e virus, inquinamento, ambiente, organi, istituzioni... «Abitiamo un mondo interdipendente e interconnesso» dice la filosofa Laura Boella, la quale parla di «empatia globale», concetto (non avulso da derive retoriche e buoniste) che però ha anche basi scientifiche, per esempio nella scoperta dei neuroni specchio, di cui parla il neuroscienziato italiano Giacomo Rizzolatti in So quel che fai (Cortina): la «capacità di agire come soggetti non soltanto individuali ma anche e soprattutto sociali» è scritta nel nostro cervello. Anche per questo, forse, hanno successo i modelli della cosiddetta «Netflix economy», da Airbnb a Uber: nati come antidoti alla crisi, eliminano (o quasi) gli intermediari, pongono l'accento più sull'uso che sul possesso e sono i nuovi colossi dell'economia. Del resto, scrive Gregorio Arena ne L'età della condivisione (Carocci): «Il mondo funziona grazie a codici condivisi: il linguaggio, gli ordinamenti giuridici, la musica, la matematica, i linguaggi di programmazione... Ogni gruppo sociale si fonda su regole condivise, persino quando compete, nello sport o negli affari». Condividiamo per sopravvivere, magari nostro malgrado. E condividiamo, guarda un po', anche per avere di più (e solo per noi).