"Dall'esplosivo di Unabomber mi sono salvato per miracolo"

Lo hanno accusato di essere il pazzo attentatore: "Tante volte ho pensato di buttarmi dal ponte. Sono ingegnere, oggi faccio l'operaio"

nostro inviato a Pordenone

L'ingegner Elvo Zornitta è un uomo vincitore ma piegato. È Davide che ha sconfitto Golia, un cittadino accusato ingiustamente che è riuscito a dimostrare la propria innocenza; uno che ha smascherato un pezzo di Stato marcio e traditore che ha manomesso delle prove per avere ragione. Eppure Zornitta non riesce a gioirne perché sa che il suo nome resterà legato a quell'Unabomber che non è. E vive nella paura che il pazzo attentatore che ha ferito decine di persone e seminato il panico tra il 1994 e il 2006 a cavallo tra Veneto e Friuli possa un domani rifarsi vivo. La vita di una persona accusata per errore è segnata per sempre, e così quella dei suoi cari.

È stato uno dei periti della difesa, e non un esperto dei reparti scientifici delle forze dell'ordine, a scoprire la falsificazione della prova regina: il taglio su un lamierino usato per preparare un ordigno era avvenuto con le forbici trovate a casa di Zornitta ma dopo che gli erano state sequestrate. Ed era stato un poliziotto a manipolare gli strumenti, il responsabile del Laboratorio indagini criminali della procura di Venezia. Cinque sentenze lo confermano, Cassazione compresa. Il poliziotto è stato ripreso in servizio mentre Zornitta, il cui fascicolo è stato archiviato nel 2009, combatte ogni giorno con un fantasma che non riesce a togliersi di torno.

Ingegnere, qualcuno le ha chiesto scusa?

«Un magistrato c'è stato».

Risarcimenti?

«Ancora nulla. Sta portando avanti la causa uno dei miei legali, l'avvocato Maurizio Paniz. Mi sono affidato a lui».

Quanti anni è stato indagato?

«Di per sé l'indagine non è stata lunghissima, dal 2004 al 2009. Però gli strascichi continuano. E sono antipatici. Un giornale ha scritto di recente che era stato il perito Pietro Benedetti a scagionare Zornitta dal caso Unabomber».

Non era uno dei periti degli inquirenti?

«Appunto».

Come si vive dopo essere usciti da un'accusa ingiusta?

«Ma non c'era soltanto un'accusa ingiusta. Era tutto contro di me. Pensi se le dicessero che lei ha il profilo psicologico giusto, che è esperto di armi perché ha lavorato in una fabbrica di cannoni, che ha le conoscenze e l'esperienza di chi può fabbricare un ordigno esplosivo, che abita nel cuore della zona degli attentati, che in casa tiene gli ovetti Kinder e le fialette Paneangeli come quelle usate dal bombarolo, e alla fine ti dicono pure che le forbici sequestrate a casa tua hanno incontestabilmente tagliato il lamierino di uno degli ordigni».

Tutto collimava contro di lei, ma lei era innocente.

«Incontravo gli avvocati, guardavamo i riscontri, tutto convergeva, ma io non c'entravo. E non avevo modo di difendermi. Lo stato, la stampa, la gente mi aveva messo nel mirino. Ma le pare che la manomissione del lamierino sia stata scoperta non da organi preposti dallo Stato ma da un perito della difesa? Questi enti che cos'hanno fatto? Hanno solo convalidato la falsificazione di una prova?».

Come ha retto questa pressione? Dove ha trovato la forza di contrattaccare?

«Prima di tutto ho una famiglia. E poi ho dei doveri rispetto alla famiglia. Mia figlia che colpa ne ha? Se crollo, che fine fanno i miei cari? Bisogna pensare al tipo di accusa che avevo, potevo finire all'ergastolo. Non avrebbero distrutto soltanto me. Quante volte ho pensato di buttarmi da un ponte. Ma avevo il dovere di non crollare».

Sua figlia che cosa fa?

«Studia psicologia».

Sua moglie?

«È un architetto e insegna. Ha continuato a lavorare, per fortuna. E io anche, dopo aver perso il lavoro».

Dove lavorava?

«Ero direttore in una ditta di progettazione. Mi hanno gentilmente messo alla porta».

Gentilmente?

«Be', nemmeno tanto».

Quanto c'è voluto per trovare un altro posto?

«Tre mesi. Il titolare di una piccola azienda mi ha offerto quello che aveva. Ovviamente le mansioni erano differenti e lo stipendio più basso, ora faccio controllo di qualità, poco più di un operaio. Del resto a 60 anni non è facile trovare qualcosa, nonostante quello che ci raccontano».

In paese?

«La frazione dove abitiamo, Corva di Azzano Decimo, ha 2.000 anime. Sono sempre stati solidali. Hanno protetto mia figlia, c'era chi la guardava. Azzano è già diverso, sono 16.000 abitanti e ne conosco pochi. Al supermercato tutti guardavano quello che facevo, ovvio».

Tipo?

«Se prendevo in mano una scatoletta la gente stava attenta che non la rimettessi sul ripiano. Al bar gli avventori si facevano da parte».

È ancora così?

«No. Però su Wikipedia ci sono ancora».

Quando subì la prima perquisizione?

«Era il maggio 2004».

E il suo nome quando uscì?

«Il 28 agosto 2006. Ricordo la data esatta perché il giorno prima era domenica e all'uscita da messa trovai una troupe televisiva che apre lo sportello di un furgone, mi scatta una foto e mi dice: È stata trovata la prova decisiva contro di lei».

Lei fu indagato due anni e mezzo senza che nessuno lo sapesse.

«Mi hanno fatto quattro perquisizioni, disfatto la casa, messo microspie e telecamere dentro e fuori, interrogato, pedinato».

Come si è accorto delle microspie?

«Non sono tanto fesso. Dopo che nello specchietto vedi un'auto che non ti molla, cominci a guardare dappertutto. Allora stavo montando i condizionatori, perché faccio io tutti i lavori di casa, e ho pensato di dare una controllata. Ho aperto un paio di interruttori della luce e ho visto le microspie. Mi sorvegliavano perfino in camera da letto, nell'intimità. Ho chiamato un giornalista di una tv locale. I carabinieri gli hanno sequestrato il filmato registrato».

Si è mai sottratto agli inquirenti?

«Mai. Al primo interrogatorio l'avvocato Paolo Dell'Agnolo mi consigliò di tacere e lasciare che scoprissero le carte, ma io non avevo nulla da nascondere. Mi chiedessero quello che volevano. Era mio dovere rispondere».

Nei due anni di pedinamenti avranno visto che lei non era andato nei luoghi degli attentati.

«Pensavano avessi un complice. L'hanno ammesso. Cercavano due cretini, la mente e il braccio che però non si parlavano, non si vedevano e non si scambiavano bombe».

Ha mai incrociato il perito che voleva incastrarla?

«In aula sì, diverse volte. Fuori dal tribunale, mai».

Sa che è tornato a lavorare in polizia?

«Non m'interessa. Il mio nome resta invece sempre legato a Unabomber, me l'ha detto un amico anche pochi giorni fa. Quando per uno, due, tre anni i giornali ti appioppano l'etichetta, quanto ci vuole prima che il complesso delle persone che li hanno letti si convinca che non è vero?».

Dopo che si saputo il suo nome non ci sono più stati attentati.

«Mi sono fatto l'idea che quel pazzo fosse una persona con un male progressivo e arrabbiata con il mondo».

È stato fatto il test del Dna a migliaia di persone della sua età che hanno frequentato un istituto tecnico di Udine.

«Il Dna di Unabomber ce l'hanno: c'è un pelo e della saliva trovata su un pezzo di scotch. Ovviamente non era il mio».

E perché non è stato scagionato?

«Avevano il lamierino, la prova regina. Avevano la certezza del perito Ezio Zernar che una forbice asseritamente rinvenuta durante una perquisizione e sequestrata a casa mia aveva tagliato quel pezzo di lamierino. Per forza coincideva, l'aveva tagliato lui».

Da Quantico, in Virginia, era arrivato un funzionario dell'Fbi per spiegare la metodologia di riscontro, il toolmark.

«Sì, Carlo J. Rosati. Mi ha perfino messo nel curriculum. Appena arrivò a Venezia, in piazzale Roma, gli fecero sparire il portafogli. Un tenente dell'Fbi fregato da ladruncolo di casa nostra».

Quanto ha speso?

«Lasciamo perdere. La mia fortuna è aver avuto avvocati bravissimi. Solo i periti sono costati centinaia di migliaia di euro».

Però le hanno salvato la vita.

«Uno, un ingegnere fenomenale della provincia di Varese, si chiamava Battaini. Era un angelo travestito che poi è ritornato in paradiso perché è morto prematuramente, purtroppo. Sono andato io in cerca dei periti».

Dove si trova un perito bravo?

«Su internet e poi conoscendosi di persona. Quando parlammo gli chiesi se era disposto a seguire il mio caso e lui mi rispose: A una condizione, non mi faccia dichiarare il falso. Per carità, gli dissi, lei deve solo dichiarare il vero».

Come si accorse della manomissione?

«Una sera al microscopio elettronico comparatore notò un rilievo che a occhio nudo si vede a fatica perché è meno di mezzo millimetro. Da dov'era spuntato?».

Chi fece i riscontri?

«I nostri controverificatori erano i Ris dei carabinieri. In tribunale l'aspetto scientifico è stato validato dalla terna che aveva peritato il volante di Senna. Livelli altissimi. D'altra parte noi accusavamo un pezzo dello Stato di truccare le carte».

Tuttavia quando si seppe del lamierino manomesso la procura non lasciò perdere subito. Dissero che c'erano altri indizi.

«Un procuratore insisteva. Non voleva riconoscere l'errore. Ma era uno solo. I suoi colleghi si sentirono traditi e reagirono con fermezza. In fondo il mio caso è anche una vittoria della magistratura».

Ha provato a invocare il diritto all'oblio? A farsi cancellare da internet?

«Non parliamone. Come ti difendi davanti a milioni di pagine web? L'unica cosa è che non mi sono iscritto a nessun social. Ho visto che su Facebook c'è gente che si spaccia per me e si è registrata a mio nome, ma non sono io. Ne scrivono di tutti i colori. Chi se ne frega. Non è una grande rinuncia».

Non ha cambiato casa?

«No. La mia contrada mi ha sempre protetto e non era giusto nei loro confronti. E poi per me era una missione, non volevo dare modo a nessuno di pensare che avessi paura».

Ma in realtà di fifa ne aveva?

«Tantissima. Ero incriminato per un reato non commesso, ho moglie e una figlia e so che c'è qualcuno che ha commesso quel reato. Allora se quel qualcuno è un pazzo, per prima cosa pensa che qualcuno gli ha fregato la gloria e magari si vendica».

Ha ancora gli ovetti Kinder?

«Buttati via tutti. Ci tenevo i piccoli oggetti da bricolage, chiodi, viti, cose così».

E le fialette del lievito?

«Nemmeno. Ma le reazioni istintive rimangono».

Per esempio?

«Mi ero rimesso a fumare, ma i mozziconi li mettevo in tasca per paura che questo mi girasse intorno e cercasse il Dna da piazzare in una bomba».

Paranoia?

«È difficile capire, lo riconosco. Ma c'è tutta una serie di aspetti di cui normalmente non ci si rende conto. Mia figlia aveva 8 anni e andava in giro sempre accompagnata, altrimenti restava a casa. Che cosa può passare per la testa di uno che commette azioni di questo tipo? Pensi se il cattivo è ancora in giro, e mette un vasetto dove ieri mattina sono andato a comprare il pane. Chi mi salva? Fifa ne ho, certo. Non passerà mai».

Che fine avrà fatto Unabomber?

«Io spero che non si faccia vivo mai più. La notte prendo ancora i sonniferi, altrimenti ho gli incubi. Faccio sempre lo stesso sogno, di essere in una bolla d'acqua e non riuscire a venirne fuori».

Commenti

Alessio2012

Mer, 27/09/2017 - 21:15

E come mai quando è saltato fuori Zornitta Unabomber è sparito dalla circolazione?

Ritratto di leno lazzari

leno lazzari

Mer, 27/09/2017 - 22:16

E quante volte abbiamo detto che per la delicatezza del loro lavoro i magistrati come i piloti d'aereo dovrbbero fare visite ogni anno per verificarne la sanità mentale !? Leno

Anonimo (non verificato)

Dordolio

Gio, 28/09/2017 - 06:24

@Alessio2012 Non è esatto quanto scrive. Se non ricordo male, ci fu almeno un altro attentato quando Zornitta era già "attenzionato". Vale a dire aveva la casa (e non solo) piena di cimici e addirittura era monitorato l'ambiente attorno (lessi che avevano installato telecamere solo per lui). Non poteva fare un passo senza venir spiato. Eppure l'attentato ci fu. Smisero in effetti quando l'inchiesta divenne pubblica. Dall'articolo si evince che gli inquirenti non mollarono la presa nonostante quanto sopra perchè erano convinti di un ipotetico complice. O forse avevano il "colpevole perfetto" e non volevano lasciarselo sfuggire.