Dall'Uruguay alla Russia, il calcio è sempre lo stesso

Nella prima edizione della kermesse sportiva del 1930 c'erano già tifosi violenti, giocatori esosi e la pressione dei media. Da giovedì si replica...

Ogni volta, a un certo punto salta su uno che, abbassando ad arte il tono, dice: «La verità è che noi politicamente non contiamo niente». Gli altri per un attimo - soltanto per un attimo - ammutoliscono, e fanno mestamente di sì con la testa. E quello che ha parlato aggiunge, con l'aria di chi la sa lunga: «Una volta sì che contavamo... oggi, purtroppo, non più». Trascorsi i pochi istanti di raccoglimento, si ricomincia imperterriti a litigare.

La scena, naturalmente, non è tratta da una periodica riunione in una cellula di qualsivoglia partito, ma si svolge in un qualsivoglia talk-show calcistico, il genere di trasmissione che si guarda, anzi si ascolta la sera tardi preparandosi due spaghi, quando non c'è altro di potabile in tv (cioè quasi sempre). Soprattutto, quando non c'è lo straccio di una partita, nemmeno, poniamo, Entella-Salernitana, primo turno di Coppa Italia. Lo spettatore della scena è il calciofilo tipo con svariati decenni di stadio e video sulle spalle, uno per il quale la frase «è bello amare il calcio» non è il refrain del ben noto spot: è un'ovvietà. E «politicamente non contiamo niente» è, da un decennio, la pietra tombale posta sulla Federazione Italiana Giuoco Calcio. Suona un po' come «piove, governo ladro», come il rifugiarsi nell'angolo rassicurante del populismo.

Dal 13 novembre scorso, dopo il ritorno dello spareggio Svezia-Italia per andare al mondiale, quante volte le abbiamo sentite, quelle parole? Un'infinità. Eppure anche le pirlate (che non hanno nulla a che fare con il genio calcistico di Andrea Pirlo, ora in dorata pensione) possono essere utili, se prese per il verso giusto. In questo caso, per il verso storico. Cioè come spunto per parlare, e leggere, proprio del mondiale di calcio, l'evento sportivo, ovvero il giuoco, più planetario che esista. E per capire quanto sia di portata planetaria non servono dati e cifre, è sufficiente osservare quanto coinvolga puntualmente, ogni quattro anni, le donne, quegli strani animali che guardano Amici o Grey's Anatomy invece di Fiorentina-Sampdoria, oppure parlano tra loro di faccende d'ufficio durante Milan-Inter. Ma che dopo Italia-Costarica 0 a 1 del 2014 piangevano tutte, dai venti agli ottanta anni, come liceali appena mollate da quello figo della terza E.

«Politica, sport, globalizzazione» è l'austero sottotitolo di un libro, edito da Le Monnier, di larghe vedute e stretta attualità. Il titolo è Storia della Coppa del mondo di calcio (1930-2018). Sì, si arriva fino al 2018, cioè a ciò che non è ancora accaduto, che accadrà fra giovedì prossimo e il 15 luglio in Russia. Perché la politica e la globalizzazione, questo è il punto, sono due severi gendarmi che sollevano lo sport come fosse Pinocchio, e lo portano dove vogliono loro. Il principale merito del saggio di Riccardo Brizzi e Nicola Sbetti consiste nel mostrarci, e nel ricordare agli over 90 ancora dotati di lucida memoria, che non si tratta di una novità. È sempre stato così, il mondiale di calcio è sempre stato più «Mondo» che «Calcio».

Il motivo è presto detto. Il mondiale nasce quando il calcio è un arzillo sessantasettenne, venuto alla luce il 26 novembre 1863, e subito depositato nella culla della Football Association inglese. Il mondiale, insomma, nasce, nel 1930, quando il calcio ha raggiunto la piena maturità, essendosi fatto le ossa prima sui campi di ogni paese di ogni continente, e poi su quelli dei vari Paesi ospitanti le Olimpiadi. «Mondiale», che con la prima guerra mondiale era un angosciante aggettivo, con il primo mondiale di calcio diventa un festoso sostantivo.

Festoso, in verità, fino a un certo punto. In Uruguay, per il primo mondiale della storia, emergono alcune magagne di cui oggi si continua a discorrere nei talk-show che citavamo all'inizio. Intanto, la violenta rivalità con i cugini-nemici, gli argentini, in questo caso. Per la finale, vinta dalla Celeste sull'Albiceleste, si registrano controlli alle dogane, mobilitazione dell'esercito, scontri, esplosioni di razzi e petardi, slogan mortiferi: sono i prodromi del turismo calcistico deteriore, quello che poi originerà il fenomeno degli hooligans. A ciò si deve aggiungere la battaglia del grano. Benito Mussolini, già saldamente al potere dall'altra parte di un mondo che va rapidamente facendosi sempre più piccolo, questa volta non c'entra. Il grano sono i soldi pretesi, e non ottenuti, in forma di rimborso spese da alcune federazioni europee già passate al professionismo, quella magiara soprattutto: i procuratori sono di là da venire, ma la voglia di arricchirsi prendendo a pedate una palla si è rapidamente estesa a macchia d'olio. Inoltre, una volta chiusasi la manifestazione, l'Uruguay trionfatore paga il fio del successo con la «diaspora» di molti fra i suoi migliori giocatori verso l'Europa: è il primo segnale dell'import-export calcistico, con la conseguente diatriba fra i pro e i contro gli stranieri. In compenso, ecco i primi vagiti di ciò che in futuro si chiamerà «copertura mediatica»: le cronache di tutte le partite del torneo vengono trasmesse in diretta dalle radio e la finale viene immortalata addirittura da otto telecamere.

Certo, abbiamo usato un'abbondante dose di senno del poi, nel tratteggiare il quadro, anzi la cornice del primo mondiale. Tuttavia i «piani quadriennali» che si sono succeduti (saltando due turni, il '42 e il '46, per colpa dell'altra guerra mondiale) e che Brizzi e Sbetti illustrano evidenziano una sostanziale continuità. Candidature e lavoro diplomatico tra federazioni, pressioni economiche e commissioni non soltanto edilizie, alleanze che si intrecciano e si sciolgono, favori da fare e da ricevere, scandali urlati e soffocati, veline di regime e controcopertine parassitarie, nella storia dei mondiali di calcio diventano routine. Perché la materia prima, l'entusiasmo della gente, non manca mai, come non manca mai chi ne sa trarre lauti profitti.

A proposito di profitti, deve ancora iniziare il mondiale 2018 e da anni in molti sfilano in processione, con il cappello in mano, in Qatar, Paese che ospiterà quello del 2022. E la volta dopo? Si parla addirittura di un tris: Usa, Canada e Messico. Ma se fossimo scommettitori, un euro lo investiremmo volentieri sulle sedi del mondiale del Centenario, quello del 2030. Stai a vedere che, a quell'ora, Uruguay e Argentina avranno trovato il modo di fare finalmente pace. Non per merito di dollari e petrodollari, no, per il bene del calcio, vero? Del resto, il pallone è pieno d'aria, la stessa materia che alimenta i luoghi comuni. E le bugie.