Le dame dei Medici

Dalle guerriere alle regine: nel libro di Marcello Vannucci tutte le donne della stirpe toscana

Il visitatore che varca la soglia della sala 10-14 degli Uffizi, a Firenze, a rischio sindrome di Stendhal va in estasi davanti alla nascita di Venere e all’allegoria della Primavera, le due prodigiose aurore del Rinascimento artistico italiano. La prima riconoscenza di cuore va a Sandro Filipepi, detto il Botticelli, stregone del disegno e dei colori, che verso il 1485 decorò con tanta grazia di Dio la Villa di Castello, su commissione di Lorenzo de’ Medici (cugino del Magnifico).
Poi il pensiero corre a Simonetta Cattaneo in Vespucci, che stando alle tradizioni posò da modella ideale, le chiome fiammeggianti a esaltare il candore delle forme celestiali, in bilico sulla conchiglia, alle brezze di quel mare greco, primo - e insuperabile - calendario sexy della storia. Ma la gratitudine più riverente deve attribuirsi a sua Altezza, la serenissima Anna Maria Luisa de’ Medici, Elettrice Palatina del Reno e gran principessa di Toscana (1667-1743), ultima di una schiera di trenta signore - e che signore! - cui Marcello Vannucci, storico specialista della dinastia fiorentina, dedica la sua bella galleria di ritratti, Le donne di Casa Medici.
Quando le alchimie politiche del tempo soppiantarono dalla facciata di Palazzo Vecchio il giglio mediceo con lo stemma dei Lorena, i nuovi (estranei) padroni, Maria Luisa, vedova di Giovanni Guglielmo di Neuburg, altezza imperiale di Düsseldorf, dal suo ridotto di Palazzo Pitti, circondata dalla più sbalorditiva eredità artistica di ogni tempo, gemme, cammei, i libri della Palatina e della biblioteca di San Lorenzo, sculture a firma Donatello, Verrocchio, Michelangelo, argenterie della premiata ditta Cellini, insomma tutti i tesori ammassati da quei mercanti scesi dal Mugello in città per fare i banchieri e gli statisti, ebbe la forza di imporre a Francesco III di Lorena, e al suo spocchioso plenipotenziario a Firenze, il principe di Caon, la firma di una Convenzione benedetta, secondo cui quel sovrano uscito a caso dalla lotteria dei potenti poteva anche schiacciare il corpo della città toscana, ma non il suo spirito, la meraviglia dell’arte che «egli si impegnava a conservare, a condizione espressa che quello che è per ornamento dello stato, per utilità del pubblico e per attirare la curiosità dei Forestieri, non sarà nulla trasportato e levato fuori dalla capitale dello Stato e del Granducato».
In virtù di quel pezzo di carta ancor oggi Firenze è il forziere, e per godere della sua luce rinascimentale non dobbiamo superare le frontiere alla volta di qualche castello o museo del nord. Dal documento spira la fierezza della dama Medici, consapevole del suo cognome, un tratto che accomuna le donne raccontate nel libro, dalle antesignane, Piccarda de’ Bueri (sposa di Giovanni de' Medici, 1386), Contessina de’ Bardi, Ginevra degli Alessandri, alla caparbia Maria Luisa.
Il «donne» del titolo va inteso in senso allargato. Giustamente, l’autore fa sfilare le signore che per albero genealogico si iscrivono nella famiglia: su tutte, le gloriose Caterina e Maria, che si cinsero della corona di Francia. Pedine di scambio, talvolta, sulla scacchiera della ragion di stato matrimoniale: giovanissime, colte, ispirate, mai fragili, però, intessute, come i fili d'oro dei loro abiti, i rosari di perle e di gemme delle loro cuffiette, alla storia non solo di quell’italietta scheggiata in potentati minuscoli e boriosi, ma dell’intera Europa.
Scorgiamo anche i profili delle altolocate che entrarono da spose nella dimora storica di via Larga, nella reggia Pitti (in realtà Medici da sempre, con l’eden dei Boboli), a Palazzo della Signoria e nelle altre residenze. Donne di scettro e di spada, come Caterina Sforza, figlia e madre di guerrieri (nacque da lei Giovanni dalla Bande Nere) che si oppose alle cannonate del Valentino e cedette solo alla sua violenza. Infine, le storie più pepate, delle amanti, delle irregolari, avventure di scalatrici e di arriviste, da fare impallidire le fiction, come il romanzo dell’incantevole veneziana Bianca Cappello, che ammaliò il granduca Francesco e spartì con lui una morte che i bene informati dissero di veleno. La star resta la Simonetta-Venere, che Lorenzo in ardenti poesie definì «chiara stella», che Giuliano amò al modo platonico, e che quando sfilò per le strade di Firenze, morta di tisi poco più che ventenne, dal suo feretro scoperto fece innamorare i pochi uomini che ancora non l’adoravano, perché eros aleggiava sul suo intatto sorriso.