Daniel Bell, il sociologo che sognò il mondo nuovo

Il 25 gennaio scorso è morto a Cambridge (Massachusetts) all’età di 92 anni Daniel Bell, uno dei più grandi sociologi americani dell’ultimo mezzo secolo e uno dei più significativi pensatori liberal-conservatori. Bell era nato a New York nel 1919 e aveva percorso una brillante carriera universitaria, insegnando nelle maggiori università statunitensi. La sua figura intellettuale riveste un’importanza enorme, essendo stato uno straordinario anticipatore di alcune fondamentali sequenze storiche che hanno segnato l’ultimo quarantennio: previde, infatti, la fine delle ideologie e l’avvento della società post-industriale. Le due opere più famose di Bell - The end of ideology (1960) e The coming of post industrial society (1973) - hanno condizionato in modo indelebile il pensiero contemporaneo perché hanno costruito la nuova immagine del mondo, fornendo la spiegazione della sua radicale trasformazione. Il concetto di società post-industriale deve essere senz’altro fatto risalire a Bell, anche se qualche anno prima era stato il francese Alain Touraine a coniarne il termine.
In sostanza la società post-industriale si caratterizza per concentrare sforzi, capitali e forza lavoro nella produzione di servizi immateriali anziché di beni tradizionali. Nasce in tal modo l’economia dell’informazione, la quale non soppianta ma integra quella tradizionale, tanto come la società industriale aveva precedentemente integrato e trasformato il mondo agricolo.
Per capire la forza della previsione di Bell, circa l’avvento l’economia dell’informazione, è sufficiente riportare questa impressionante raffigurazione della realtà, così come egli la formulò nel 1973: «Vedremo probabilmente un sistema nazionale di servizi basati su computer e informazione, con decine di migliaia di terminali nelle case e negli uffici agganciati a giganti computer centrali che forniranno servizi di archivio e d’informazione, permetteranno di ordinare e pagare a livello retail, e così via».
La nuova società dell’informazione fondata sul sapere tecnico-scientifico - vera fonte della ricchezza e dell’impegno produttivo - vede la supremazia dei lavoratori dell’intelletto su quella dei lavoratori manuali e la preminenza della classe dei professionisti e dei tecnici come espansione ineludibile del fenomeno professionale. Finisce, in tal modo, la centralità della classe operaia e dunque il soggetto sociale teorizzato dal marxismo. In The end of ideology Bell aveva anticipato anche l’esaurimento dell’ideologia marxista, attirandosi le critiche di tutta l’intellighenzia di sinistra che lo accusò di difendere lo status quo, di fare l’apologia della società tecnocratica e di porsi al servizio della guerra fredda. Accuse rinnovate alla fine degli anni Sessanta e per tutti i Settanta, quando l’esplosione del radicalismo ideologico sembrò smentire in modo clamoroso le previsioni di Bell. Accuse che oggi sono state inghiottite dalla Storia.