Il dannoso buonismo della sinistra

Livio Caputo

Con l'intervento di Berlusconi a Radio anch’io e l’articolo di Tremonti di mercoledì sul Giornale, il problema dell’immigrazione ha assunto un posto di rilievo nella campagna elettorale di Forza Italia. La posizione del partito è riassunta molto bene da una frase del ministro dell’Economia: «Per la sinistra l’immigrazione è una soluzione, per noi è un problema». Un problema che ha varie componenti: economica, sociale, legale, religiosa, di ordine pubblico, su ciascuna delle quali i due schieramenti dissentono e ciascuna delle quali merita un capitolo a parte. L’aspetto più nuovo, e interessante del dibattito che si è aperto riguarda tuttavia il primo punto: gli immigrati rappresentano un arricchimento o un peso per il Paese che li accoglie?
La tesi corrente è che in Italia l’immigrazione è indispensabile, sia per la nostra persistente crisi demografica, sia perché i nostri concittadini rifiutano ormai i lavori più faticosi e peggio retribuiti. Per questa ragione, il governo fissa ogni anno una quota di immigranti legali (saranno 170mila nel 2006), cui però se ne aggiunge una talvolta anche più consistente di illegali. Rimane tuttavia controverso l'effettivo impatto economico della presenza nel Paese di 3,3 milioni di stranieri, il triplo di 15 anni fa. Esso coincide infatti con un tasso di disoccupazione nazionale senz’altro più basso che in Francia e in Germania, ma a livello fisiologico solo nelle più prospere regioni del Nord.
In alcuni settori gli immigrati colmano sicuramente un vuoto che altrimenti sarebbe impossibile riempire. Ma in altri, come l'edilizia e l'agricoltura, essendo disponibili a lavorare per salari inferiori, essi occupano posti che cittadini italiani sarebbero probabilmente disposti a ricoprire. Da un lato, perciò, gli immigrati permettono di abbassare i costi di produzione, e forse di accelerare il ritmo dei lavori ma dall’altro la loro concorrenza distorce il mercato del lavoro e, contribuendo alla disoccupazione italiana, incide sulla spesa pubblica. C’è poi il capitolo dei costi sociali. Siamo tenuti a fornire agli immigrati assistenza sanitaria, scuole per i figli e spesso anche case popolari che altrimenti toccherebbero a cittadini italiani. Tutto questo ha un prezzo, che per giunta tende a crescere rapidamente con l’arrivo in Italia di congiunti raramente impiegabili.
Per quanto questi calcoli siano difficili, è ormai assodato che gli immigrati non ripagano sotto forma di tasse quello che ricevono sotto forma di servizi. È vero che i «regolari» pagano i contributi, ma con il nuovo sistema questi andranno a esclusivo beneficio delle loro future pensioni. Pochi, invece, sono soggetti d’imposta, perché la massa rientra nella cosiddetta no tax area, cioè non guadagna abbastanza (o non denuncia abbastanza). Quando, perciò, un immigrato si avvale dei nostri servizi ospedalieri si può dire che lo fa a carico degli altri contribuenti. C’è poi il costo, anche questo di complessa valutazione, dell’elevatissimo tasso di criminalità degli immigrati. Ci sono i danni che essi infliggono ad altri cittadini in particolare e all’economia in generale, e c’è il mantenimento dei circa 20.000 stranieri che si trovano in carcere.
Si potrebbe obbiettare che ci troviamo di fronte a una sitazione transitoria, destinata a migliorare a mano a mano che gli immigrati si integreranno, ma questo è vero solo in parte. Molti, infatti, rimarranno ai margini del processo produttivo e continueranno a rappresentare soprattutto un costo. È perciò importantissimo continuare a contrastare al massimo l’immigrazione clandestina, anche con i Centri di permanenza temporanea che la sinistra vuole abolire, e soprattutto limitare il flusso degli arrivi a quello che è strettamente necessario. In questa ottica le nuove aperture dell’Unione - dal voto amministrativo alla cittadinanza automatica ai nati in Italia al ripristino degli sponsor aboliti dalla Bossi-Fini - appaiono molto avventate e destinate solo ad aumentare i costi di un fenomeno sì inarrestabile, ma non certo da incoraggiare con scriteriati provvedimenti buonisti.
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