Dario Bellezza outsider del verso

Dieci anni fa moriva di Aids il poeta romano che ha segnato il nostro Novecento: fu puro, sperimentale, sempre in bilico fra alto e basso

Dario Bellezza è morto di Aids, a soli cinquantadue anni (era nato a Roma nel 1944), dieci anni fa, il 31 marzo 1996. Era arrivato alla poesia giovane, chiamato da un talento raro e da un insieme di forze ostinate, quasi cieche. Forze generate, è stato detto in tanti modi e da tanti lettori, da una soggettività prevaricante, agonistica e intollerante a tutto: alla vita sociale, ai sistemi delle convenzioni, al corpo stesso vissuto come gabbia, sede di pulsioni ingovernabili e sempre torbide, maligne, nere. Da qui la continua, mai mediata contraddizione che muove i suoi versi zeppi d’una vitalità sovraesposta ed esibita con eccessi di furor antinarcisistico. Perché agiva, in Dario, una feroce, permanente iconoclastia volta a triturare ogni immagine di se stesso che solo la letteratura era capace, in qualche maniera, di stabilizzare facendo di lui un autore «puro» e, nello stesso tempo, radicalmente viscerale, compromesso tra le tensioni verso una grazia irraggiungibile e i precipizi nel magma della sensibilità più profonda, ottusa. A cui sapeva sempre, tuttavia, dare voce. In fondo, l’inimitabile vicenda umana e poetica di Bellezza può essere sintetizzata in un conflitto irrisolto tra quell’io enorme, vitale, eccessivo, ipetrofico e una lingua, di fatto, incapace di raccontarlo fino in fondo. Da qui l’alternarsi nevrastenico di euforia espansiva e disforia, di spinte e sprofondamenti depressivi, autolesivi, autocalunniatori. In una alternanza che ricorda, a volte, il Cecco Angiolieri delle malinconie più oscure, tetre, frontali. Il gesto espressivo di Bellezza è sempre stato, dunque, più violento, più forte di una forma che sembrava ogni volta sul punto di venire sovrastata, rotta. E, sempre, rinasce. Per questo, Bellezza poteva permettersi come pochi altri di farsi maschera a se stesso, ritrarsi nell’atto di irridersi insieme alla propria poesia, passare e ripassare, come ha ben scritto Elio Pecora, dal tragico al comico. O dal nitore alla sciatteria, dallo slancio «alto» al sarcasmo per quello stesso slancio e per quella altezza. Attuando un personalissimo sperimentalismo, una commistione dei generi che lo sintonizzava, in modo assai poco istituzionale, con le ricerche più azzardate del Novecento e, insieme, faceva di lui un irripetibile anarchico, un outsider che non crea scuole o epigoni ma lavora da maestro in ombra. C’era, in Dario Bellezza, il rimpianto fisiologico e organico (ancora prima che culturale) per un nitore della vita mai esistito, la nostalgia per un altrove irraggiungibile e perennememnte dislocato, da sempre svanito. C’era l’idea-guida rabbiosamente ossessiva di essere stato assegnato a un tempo, un «dopo» impoetico e infernale, a una modernità segnata non tanto dal declino quanto dalla caduta. A questo rispondeva con misture di rassegnazione e inutile, desolata ribellione che investiva l’intero universo, conferendogli il senso d’una maligna macchina persecutoria. Rarissimi i momenti di requie, raggiunti a sprazzi, a illuminazioni intermittenti e, immediatamente, destinati a svanire per ritornare in quell’io da cui erano nate come visioni, illusioni, frammenti d’una serenità appena sfiorata e, proprio per questo, amata con disperazione. Una vocazione, quella di Dario, mai dubbia e sempre a rischio di sfascio, di autodemolizione. Segnata da contromovimenti negativi, ironie, disinganni a pioggia. Eppure, Dario ha saputo attraversarla, ed è riuscito a mantenerla, per tutta la sua vita, alta e potentissima.