Darwin tra demagogia e dogmatismo

Creazionismo o progetto intelligente? Qualche obiezione all’evoluzione culturale proposta da Cavalli Sforza

Folla ai Lincei per la conferenza di Luigi Luca Cavalli Sforza sull’evoluzione umana. E attesa ben ripagata, perché, nella parte centrale dell’esposizione, l’emerito professore della Stanford University, premio Balzan, ha fatto il punto sullo stato dell’arte, a cui le sue ricerche hanno contribuito. Su questo non mi soffermo; ma mi fermo sulla polemica iniziale e conclusiva contro i detrattori del darwinismo, perché questa è d’attualità tra noi, e ancor più in America, a causa della levata di scudi dei sostenitori del «progetto intelligente», cioè del tradizionale creazionismo.
Nella riforma scolastica promossa da Letizia Moratti è previsto che la teoria dell’evoluzione non si insegni nelle elementari, e ciò è stato interpretato come un attacco oscurantistico contro la scienza. Pare ora che il ministro Buttiglione voglia far cominciare quell’insegnamento nel terzo anno delle secondarie, ma la polemica non si placa. A indicarne il tono bastano alcune frasi di Cavalli Sforza: «Abbiamo assistito in Italia ad attacchi alle teorie dell’evoluzione da parte di pedagoghi (...). Si tratta di una chiara congiura di un movimento più generale contrario alla scienza e al suo insegnamento prima dei quindici anni di età». «Gli autori della campagna mostrano una totale ignoranza o incomprensione della teoria moderna dell’evoluzione (...). Nessuno degli aderenti è al corrente delle teorie moderne». «Il cosiddetto progetto intelligente è ancora altra cosa: è derivato dalla convinzione di qualche raro “scienziato” provveduto di scarse conoscenze (...) ed è stato adottato da alcuni capitalisti che vi hanno visto un mezzo per aiutare i loro interessi economici e finanziari, anche a costo di sabotare la scienza».
Sulla formula (non sulle intenzioni) del «progetto intelligente» ho anch’io qualche riserva, ma nego che il non far svolgere fin dalle elementari l’insegnamento del darwinismo, della meccanica quantistica e della filosofia sia dovuto al proposito di sabotare la scienza. Alcuni prelati anglicani videro a torto in Darwin un pericolo per la religione, ma la loro razza è in via di estinzione. Del resto nel Settecento Atanasio Kricher, che pure era un gesuita, dichiarò inevitabile l’evoluzione anche secondo le Sacre Scritture, perché l’Arca di Noè non poteva contenere tutte le specie attuali; e non mi risulta che sia stato scomunicato. Per contro sono appunto i neodarwiniani a essere affetti da dogmatismo inquisitorio contro chi (ad esempio Giuseppe Sermonti) fa notare che evoluzione non equivale a neodarwinismo. Darwin era molto prudente e riconosceva i limiti della sua teoria, fallibile e rivedibile come qualsiasi altra. Da decenni, infatti, il neodarwinismo va soggetto a critiche e revisioni interne; ma i suoi fanatici ne fanno una religione, ne ignorano i limiti e non rispondono alle obiezioni.
È evidente, per esempio, che l’organo della vista dà un enorme vantaggio selettivo, sicché la selezione naturale esclude che si formi una popolazione di scimpanzé non vedenti. Ma l’occhio non nasce da una singola mutazione: nasce da un insieme di molte mutazioni casuali, nessuna delle quali da sola permette di vedere. La probabilità che queste, appunto perché casuali, si presentino tutte insieme è praticamente nulla, e finché se ne presenti qualcuna soltanto, il vantaggio selettivo non c’è.
Oppure, all’inverso: come ha ricordato Cavalli Sforza, la capacità di assimilare il lattosio, inutile agli adulti prima che si allevassero animali da latte, scompariva con lo svezzamento. Dopo il sorgere dell’agricoltura, l’enzima della lattasi ha cominciato a diffondersi e oggi una percentuale elevata della popolazione adulta digerisce il latte. Questo vantaggio, però, non è tale da diffondere la lattasi in un tempo evolutivamente così breve come quello che ci separa dalla nascita dell’agricoltura. C’è forse qualcuno che non raggiunge l’età adulta perché non digerisce il latte? O c’è forse una propensione rilevante ad accoppiarsi con persone provviste di lattasi piuttosto che con altre?
Henri Bergson mosse al neodarwinismo obiezioni del genere in un’opera venduta (allora) in milioni di copie, L’evoluzione creatrice (meglio sarebbe tradurre «creativa»). Oggi però i neodarwinisti la ignorano, come ignorano le obiezioni di Materia e memoria (1896) i cultori di scienze cognitive. Eppure la posizione di Bergson è utile anche per cogliere il difetto della formula «progetto intelligente». L’intelligenza per Bergson (e per tutti) è la capacità di costruire manufatti (per esempio un bastone) per raggiungere uno scopo desiderato. Essa si manifesta in una linea evolutiva - parallela a quella dell’istinto - che culmina nei mammiferi e in particolare nell’uomo. Non è adatta, perciò, a connotare il principio originario dell’evoluzione, perché questo non opera in vista di fini: opera (dice Cavalli Sforza), «automaticamente». Anche Bergson nega il finalismo, che dichiara identico al meccanicismo, con l’aggiunta di presunte «cause finali». E, benché poco esperto di storia della filosofia, Bergson si accorse che più di 1500 anni prima la stessa critica alle cause finali era stata fatta dal «pagano» Plutino.
Il principio dell’evoluzione non è chiamato da Bergson «intelligenza», bensì «slancio», «slancio vitale» e simili; ma il nome non conta. Sia esso «la natura» o un dio personale, l’importante è riconoscere che «crea», cioè inventa i fini stessi, e non solo i mezzi atti a raggiungerli. Nell’evoluzione assistiamo a questo: all’«invenzione» di ciò che è adatto a un fine non predeterminato, e all’eliminazione progressiva dell’inadatto. Se si trattasse solo di adattamento all’ambiente, nessuna evoluzione vi sarebbe; e la parola stessa «selezione» indica una scelta tra ciò che c’è già. I protozoi sono perfettamente adatti all’ambiente e infatti vi permangono senza evoluzione. Inadatti siamo piuttosto noi, nonostante che l’evoluzione culturale abbia inventato gli antibiotici: grazie all’evoluzione naturale, gli ospedali sono pieni di nuove infezioni batteriche, e la partita è tuttora aperta.
Siamo grati, quindi, a Cavalli Sforza per le sue fondamentali ricerche sull’evoluzione culturale, ma l’apprezzamento per la scienza non va confuso con un timore fobico per le obiezioni.