DAVID PETRAEUS Lo stratega da best seller

Da internet, nella sua versione «Approved for pubblic release, distribution is unlimited» l’hanno già scaricato in un milione e mezzo di copie. Così, dopo il lancio nella rete, è diventata un libro, pubblicato con il chiaro intento di farne un best seller, venduto al non bassissimo prezzo, per gli Stati uniti, di 15 dollari. Di che cosa stiamo parlando? Di un nuovo romanzo di Stephen King commercializzato prima sul web? Dell’opera di un geniale esordiente che si è fatto conoscere su Youtube?
No, di uno dei testi base della dottrina delle forze armate americane, uno di quelli che fissano le linee guida, i criteri d’azione per alcuni dei «teatri operativi» di maggiore impegno. Quei teatri mediorientali pieni di civili, che ormai sono diventati il pane quotidiano per le truppe Usa.
Il titolo della versione on line è, americanamente, lapidario: Counterinsurgency. Quello della versione stampata per i tipi della University of Chicago Press (in America è normale che le forze armate facciano cultura) appena appena più lungo: The Us Army-Marine Corps Countinsurgency Field Manual (cioè «manuale del contenimento dell’insurrezione popolare»). La precedente versione, quella che per intenderci gli americani si sono portati dietro liberando l’Irak da Saddam Hussein, era vecchiotta, datava al 1986, e quanto poco fosse funzionale l’ha dimostrato la prima parte della campagna. La nuova Counterinsorgency, pubblicata a fine 2006 sul sito dell’esercito e dei marine, è invece, con le sue oltre 400 pagine (versione da libreria), le moltissime schede e un sistema di indici da far invidia ai cervelloni delle università, una pubblicazione di prim’ordine: rivoluziona la dottrina di impiego delle truppe e farà discutere i tecnici per anni.
Questo non spiega ovviamente un simile successo fuori dal circuito degli addetti ai lavori, non basta a dar conto delle centinaia di migliaia di persone che si sono scaricate il tomone, per poi ammazzare la stampante nel tentativo di imprimerlo su carta, oppure sono disposte ad andare in libreria con dei biglietti verdi in mano.
Le motivazioni di tanto interesse sono tante. In primis una delle firme autorevoli in calce alla presentazione del testo, quella di David Petraeus, ex comandante della 101ª airborne e attuale comandante di tutta l’operazione irakena. È l’uomo a cui negli Stati Uniti si guarda, e sin qui con ragione, per riuscire a strappare una normalizzazione democratica (ma in America non hanno vergogna a dire «vittoria») che consenta ai «ragazzi» di tornare a casa con la coscienza a posto e il minor numero possibile di morti. In moltissimi sperano che la sua ricetta funzioni su larga scala.
Va poi detto che sfogliando il «manuale» si scopre che è un’opera lucida, in un formato ad alta leggibilità. Qualcosa di lontanissimo dagli stereotipi sui generali, dall’immagine muscolare, e un po’ becera, che di norma si è abituati ad associare alle forze armate a stelle e strisce. Un’immagine, un luogo comune, che piace moltissimo a noi europei, interventisti o pacifisti non importa, a cui è connaturato guardare gli americani con la blanda accondiscendenza del: «Hanno un sacco di mezzi ma non capiscono la situazione, noi faremmo meglio...».
Il manuale di Petraeus, invece, è l’apoteosi dell’intervento flessibile, della comprensione delle relazioni sociali che portano all’insorgenza, si muove pianificando un intervento modulato. Qualche esempio: disarmare a forza la popolazione non sempre è la soluzione migliore, agire solo quando è necessario, puntare sul fatto che il vero successo sta nel fare in modo che la nazione ospite «win on its own». Una linea di condotta nuova ed efficace che i militari statunitensi hanno subito reso pubblica (sarebbe successo anche nel Vecchio continente?), in cui non manca l’analisi degli sbagli fatti e in cui Petraeus ha subito fatto tesoro di tutte le critiche all’intervento e delle esperienze altrui, come quella degli inglesi in Irlanda del Nord.
Separando in questo mare magnum il grano dal loglio, facendo incetta di ogni suggerimento utile. Abbastanza per fare di un testo per duri con le stellette un libro che può aiutare tutti a capire come girano i conflitti del Duemila. Allora se la guerra nell’antica Cina è stata cristallizzata per sempre nelle pagine di Sun Tzu, se lo scontro rinascimentale è diventato L’arte della guerra di Machiavelli (che in realtà di picche e archibugi capiva poco) e se la strategia ottocentesca è congelata nelle pagine di Von Clausewitz, Petraeus potrebbe essere riuscito a teorizzare le regole del conflitto a bassa intensità, l’unica che tra XX e XXI secolo sia riuscita a creare qualche problema agli eserciti occidentali.
Abbastanza perché in moltissimi si siano messi a studiare il libro o anche solo a sfogliarlo, perché, e anche qui casca un altro luogo comune, gli americani sono piuttosto attenti a ciò che succede ai loro ragazzi, pretendono dai loro generali idee chiare e condivisibili. Petraeus gliele ha date assieme ad una riflessione innovativa, corredata da rigore e dai pareri di esperti di diritti umani (convocati a Forth Levenporth nella fase preparatoria del testo). Con buona pace di chi, pacifista o meno, pensa che l’esercito americano sia solo potenza aerea e carri armati.