De Cataldo: "Vorrei che il mio Romanzo avesse eredi"

L’autore del fenomeno tv di culto: "Temo una fine alla Twin Peaks, una
grande serie che non ha lasciato tracce Anche se il terzo seguito della
banda del “Freddo” potrebbe risultare un po’ di plastica, come tante
nostre fiction"

«Noi non siamo meno bravi degli americani», dice subito, orgoglioso, Giancarlo De Cataldo, autore di Romanzo criminale e editor della sceneggiatura anche della seconda stagione appena partita su Sky Cinema 1, di cui stasera andranno in onda il terzo e quarto episodio (i primi due hanno avuto 350mila spettatori di media con un indice di permanenza molto elevato). «Rispetto agli americani - continua De Cataldo - abbiamo meno mezzi. Altrimenti la nostra creatività si vedrebbe ancora di più». Il suo non è trionfalismo eccessivo: Romanzo criminale è già dalla prima stagione una serie cult con fan fedelissimi e esigenti, elogiata dalla critica e venduta alla HBO, il canale americano dal quale solitamente siamo noi ad attingere, con qualche moto d’invidia. Invece, stavolta nessuna invidia, né nei confronti dei prodotti made in Usa, né rispetto al cinema puro.
Anche perché, sembra che i mezzi a disposizione non manchino...
«Non so esattamente quale sia stato il budget. So solo che Sky non è un’azienda spendacciona. Mi sembra più verosimile ciò che sento ripetere e cioè che il regista e lo staff hanno fatto miracoli».
Sceneggiatori, regista e attori sono gli stessi della prima serie.
«Gli stessi. Questo ha garantito un certo affiatamento».
C’era una grande ambizione di partenza...
«Volevamo raccontare attraverso il crimine un pezzo di storia d’Italia. Poi è ovvio che le vicende personali del Freddo, del Dandi, del Bufalo prendano il sopravvento sulla Storia con la maiuscola. Specialmente in questa parte in cui si racconta la caduta e la rovina della banda».
Rispetto alla prima stagione, questa sembra più claustrofobica, più intimista.
«Direi che è più cupa, soprattutto nei primi episodi dove si consuma la vendetta contro gli assassini del Libanese. Poi la storia si allarga, si scopriranno i giochi...».
Nel libro il Freddo si allontana dalla banda.
«Questo aspetto è stato mantenuto. Altri sono stati cambiati. Anzi, ci sono dei veri tradimenti del testo originale».
E lei come li ha vissuti?
«Erano nel conto. Quando si passa dalla scrittura al cinema o alla televisione i tradimenti sono necessari. Bisogna solo accordarsi su quali realizzare davvero. Per lo scrittore sono un’ulteriore verifica. Introdurre una variante alla narrazione è come aprire un ipertesto».
Nelle prime puntate ci sono alcune scene molto forti: il Bufalo che ruba la bara del Libanese dall’obitorio e poi il pranzo della banda «a cacio e pepe» per onorare il capo.
«Quelle scene non c’erano nel libro. Sono frutto della creatività degli sceneggiatori che, quando si lavora in gruppo, va riconosciuta e incentivata».
State pensando alla terza stagione?
«Io nutro forti perplessità, anche se gli attori ripetono: Se non ne famo n’antra ce vengono a pija’ sotto casa. Uno dei punti di forza di questa fiction è una certa aderenza alla realtà, alla storia della banda della Magliana che si esaurisce all’inizio degli anni ’90, dove ci condurrà la seconda serie. Proseguire inventando uno sviluppo ulteriore di pura fantasia saprebbe di plastica, una sensazione che avvertiamo spesso guardando la nostra fiction».
Comunque Romanzo criminale resterà una serie di culto.
«Ha un’asprezza narrativa poco compatibile con le reti generaliste. Ma non vorrei che finisse come Twin Peaks, una grande serie che non ha prodotto figli».
A proposito di sceneggiature, tradimenti e licenze, lei è responsabile di quelli di Noi credevamo, il film che racconta il Risorgimento dal basso che però cancella Cavour.
«Nel libro di Martone sul film troverà molte scene che riguardano Cavour che però abbiamo deciso di tagliare. Abbiamo scelto di raccontare il Risorgimento democratico, carbonaro e mazziniano. Non volevamo fare un documentario né avevamo ambizioni di completezza».
Avevate quella di parlare all’Italia di oggi, soprattutto delinenado la figura ambigua di Francesco Crispi...
«Volevamo lanciare una provocazione. È indubbio che oggi sopravvivano aspetti di una società “gretta, superba e assassina” come quella di cui parla Anna Banti nel libro che ispira il film. Noi siamo figli di quella stagione, il Risorgimento è l’origine del nostro Paese che siamo abituati a rimuovere o almeno a disconoscere».
Invece?
«È un’epoca piena di eroi e di traditori, come scrivo anche nel mio ultimo libro (I traditori, Einaudi). Un’epoca affascinante, ambigua, densa di passioni e impeti che hanno attraversato patrioti, carbonari, banchieri, massoni... Ho cominciato a studiarla nel 2003 con un certo scetticismo. Poi mi sono talmente appassionato che non ne sono ancora uscito...».