DE CHIRICO La forza del mistero

Un’opera fatta di domande, non di risposte: l’istanza fondamentale della modernità

La mostra su De Chirico aperta ora a Padova sarà ricordata come una delle più belle mai realizzate in Italia sul Pictor Optimus: mirabile, soprattutto, per la prodigiosa sequenza di capolavori metafisici, per l’altrettanto affascinante serie di dipinti degli anni Venti, e per il ritrovamento di alcune opere che si erano viste solo riprodotte, come Il ritorno del Figliol Prodigo del 1919.
La mostra padovana si vale infatti della competenza di uno studioso come Paolo Baldacci (curatore della rassegna insieme con il giovane storico belga Gerd Roos), che conosce come pochi le vicende, i meandri, i segreti del collezionismo dechirichiano. E partecipa, fortunatamente, della concezione più equilibrata con cui da qualche tempo (non molto) si sta guardando all’opera dell’artista. De Chirico, in altri termini, non è morto nel 1919, come diceva Breton, ma ha attraversato diverse stagioni espressive. Sono stagioni ora altissime, come quella parigino-ferrarese e quella degli anni Venti (insistiamo, e ci assumiamo tutte le responsabilità dell’affermazione: le opere del decennio «classico» non sono inferiori per sapienza e grazia a quelle del decennio precedente, anche se non hanno raggiunto la stessa notorietà internazionale), ora meno sorprendenti, ma sempre di autentico valore. Tutte insieme queste stagioni fanno di De Chirico il maggior artista italiano del Ventesimo secolo.
Il Pictor Optimus, insomma, non è morto con la fine della metafisica. Perché, nella sua pittura, la metafisica non è mai finita. Anche dopo il 1919 De Chirico si guarda bene dal rinnegare quell’atmosfera di rivelazione e di apparizione, di ermetismo e di evocazione fantasmatica, che è il cuore stesso della metafisica. E se per metafisica si intende considerare le cose dal punto di vista del mistero, e sapere che ciò che è più misterioso è proprio ciò che sembra più conosciuto e comune, si può dire che De Chirico sia stato metafisico da quando ha iniziato a dipingere fino a quando è morto, a novant’anni, nel 1978.
«Bisogna scoprire l’occhio in ogni cosa», diceva. E intendeva che tutto, ma proprio tutto, è un enigma. Oppure, per spiegare l’atmosfera della sua pittura, provava a fare un esempio: «Io entro in una stanza, vedo un uomo seduto sopra una seggiola, dal soffitto vedo pendere una gabbia con un canarino, sul muro scorgo dei quadri, in una biblioteca dei libri; tutto ciò non mi stupisce poiché la collana dei ricordi che si allacciano l’un l’altro mi spiega la logica di ciò che vedo; ma ammettiamo che si spezzi il filo di tale collana, chissà come vedrei l’uomo seduto, la gabbia, i quadri, la biblioteca; chissà allora quale stupore, quale terrore e forse anche quale dolcezza e quale consolazione proverei io mirando quella scena».
Nell’intuizione di quel come consiste la sua arte. E forse in un lontano futuro si comincerà a capire che il vero padre dell’arte moderna non è stato Picasso, ma De Chirico. Quando, fra cinquecento o seicento anni, si penserà all’arte del Ventesimo secolo e ai suoi maestri, probabilmente non si adotteranno più le categorie che oggi sono inevitabili, anzi ovvie (cubismo, futurismo, astrattismo, primitivismo, espressionismo, metafisica...). La distanza di tempo attenuerà le differenze e le opposizioni, e farà apparire con più nitidezza il comun denominatore di tutta l’arte moderna da Kafka a Eliot, da Picasso a Mondrian, da Kandinsky a Hopper. L’intera arte novecentesca, al di là di movimenti e stili, si è interrogata su uomini, forme e cose sentendone soprattutto la dimensione di inspiegabilità. In questo senso De Chirico ha espresso in tutte le sue opere l’istanza fondamentale dell’arte moderna, che è un’arte di domande e non di risposte, di interrogazione e non di rappresentazione.
È strano che una pittura come la sua, così emblematica della modernità, sia stata a lungo fraintesa. Ma il Pictor Optimus (che pure soffrì tanto, in vita, della pretesa dei critici di dividere a fette la sua ricerca e la sua ispirazione) era il primo a non stupirsi degli equivoci. Anzi, era convinto che «la storia dell’arte non è ancora stata scritta. O, per lo meno, non è stata ancora scritta con quella esattezza, quella serietà, quel rispetto e specialmente quello spirito di giustizia, che conviene usare trattando le complicate faccende delle arti plastiche». In realtà, diceva, solo gli artisti sanno leggere l’opera d’arte.
La mostra padovana ci accompagna lungo tutta la ricerca dechirichiana: indagando in profondità, come è naturale, l’epoca dei manichini e delle piazze d’Italia, ma dando giusto rilievo anche al prima e al dopo, fino a giungere agli autoritratti scenografici degli anni ’50 e ’60 e agli ultimi esiti, venati di un’ironia concettuale. Diciamo «prima» e «dopo» per comodità. Ma in effetti bisognerebbe dire che in De Chirico si susseguono un simbolismo metafisico, una metafisica propriamente detta, un classicismo metafisico, un romanticismo metafisico, un barocco metafisico e così via. E il viaggio nella sua pittura è appena cominciato.
LA MOSTRA
De Chirico
Padova, Palazzo Zabarella, Via San Francesco, 27. Fino al 27 maggio. Catalogo Marsilio. Orario: tutti i giorni 9.30-19.30. Per informazioni: 049-8753100, info@palazzozabarella.it, www.palazzozabarella.it.