De Chirico, Severini, Scipione: la pittura è come un libro aperto

Un’affascinante rassegna alla Gnam illustra il rapporto arte-letteratura fra ’800 e ’900. Le rivisitazioni di Dante e Shakespeare e i ritratti degli scrittori

Una mostra così raffinata era da tempo che non la vedevamo. Ma il fatto è che oggi si tende a inseguire la «mostra-evento», la «mostra-spettacolo», dimenticando che lo spettacolo dell’intelligenza costa poco e può essere anche più coinvolgente.
Stiamo parlando di «Il libro come tema. Arte e letteratura fra ’800 e ’900 nelle collezioni della Gnam», in corso fino al 19 novembre alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma (a cura di Maria Vittoria Marini Clarelli e Mario Ursino, catalogo Electa). La rassegna, che non va confusa con quelle, non sempre interessanti, sui libri d’artista, analizza, muovendo dagli inizi dell’Ottocento, le opere che hanno come soggetto la lettura e i personaggi letterari. È un tema che conosce una particolare fortuna appunto nell’età romantica, quando «la febbre del libro nutre la passione amorosa e politica, induce a commuoversi sulle vicende di vecchi e nuovi eroi tragici e melanconici, ammanta di suggestione un passato che i romanzi storici adattano alla sensibilità e agli ideali del presente» (Marini Clarelli). Ecco dunque i quadri ispirati a Shakespeare, Dante, Goethe.
Il primo, in particolare, che cominciava allora a essere riscoperto («Un barbaro non privo di ingegno» lo definiva Manzoni, ironizzando sullo scetticismo settecentesco nei confronti del grande drammaturgo) spinge i pittori a dipingere scene dall’Otello, dal Giulio Cesare, da Re Lear, da Antonio e Cleopatra, dai vari Enrico (V, VI e VII). E non manca Giulietta e Romeo, che in realtà è un’allegoria della guerra civile, ma viene letta ovviamente come storia d’amore.
Col Novecento i quadri di ispirazione letteraria diminuiscono di numero e la lettura acquista una dimensione rarefatta, sospesa. Leggere significa meditare e sognare, quasi fermando il corso della vita. E il libro può diventare un oggetto misterioso, come nel caso di De Chirico. I suoi Archeologi (due figure senza volto che hanno il grembo ricolmo di rovine archeologiche, a significare il riaffiorare nel presente degli echi del passato) tengono sulle ginocchia anche un libro pietrificato, vergato da segni indecifrabili: metafora dell’enigma che pervade la storia. Allarmanti, ancora, sono Gli sposi di Severini, che guardano fissi davanti a sé come nei monumenti funebri romani, dietro una balaustra ingombra di carte. Una sezione della mostra, del resto, analizza l’iconografia del libro come attributo di un personaggio, come elemento di una natura morta o come semplice oggetto.
La rassegna si chiude con una affascinante galleria di ritratti di scrittori, poeti, letterati. Tra i più intensi è il Ritratto di Ungaretti dipinto da Scipione nel 1933, dove il poeta appare come un vecchio sciamano o un indovino sofferente. Perché, come leggiamo nella scheda, «per Scipione il poeta è un iniziato. E l’iniziazione è dolore, angoscia».