De Mauro, l’importanza di non chiamarsi Xeno

Non a tutti è dato nascere in una famiglia che corrobori la propria autobiografia intellettuale, anzi, è una fortuna che capita a pochi. Sarà per questo che a differenza dei tanti studiosi inclini a tabuizzare la sfera del privato, nei racconti con cui il linguista Tullio De Mauro intrattiene a volte allievi e colleghi compaiono ricordi dominati da figure domestiche: il padre, la madre, i fratelli. Fermo restando l'affetto che anima tali narrazioni, bisogna aggiungere che raramente si tratta di episodi solo personali. Svolgono infatti più di un ruolo: ribadiscono un grato giuramento di lealtà verso persone alle quali si deve l'essenziale; illuminano dettagli storici o sociologici con il piglio affabulatorio di un napoletano non privo di anglosassone understatment; infine (dal nostro maggiore esperto di linguaggio c'era da aspettarselo) sono racconti emblematici di alcune delle innumerevoli funzioni che possiedono le parole. La capacità di domare il mondo, per esempio: come nella cronaca dello choc prodotto dall'apparizione di un improvviso getto d'acqua in un parco cittadino, curato con un semplice atto di denominazione («È solo un tubo...»); ma anche quella di suscitarlo, come nell’episodio in cui la madre dalla terrazza indica al bambino le tante bandiere «abbrunate», cioè a mezz’asta, per la morte di D'Annunzio.
Circa tre anni fa il nucleo più antico di tali ricordi, relativo all'infanzia passata a Napoli e conclusasi con la fuga verso Roma quando i bombardamenti alleati già colpivano la capitale campana, divenne un volumetto dalla copertina gialla, stampato in poche copie in onore dei settant'anni del sodale Alberto Asor Rosa. L'edizione casalinga e carbonara fu distribuita brevi manu ad amici e collaboratori, ma chi ebbe la possibilità di sfogliarla non dubitò che ben presto sarebbero arrivati i corteggiamenti degli editori veri, con tanto di Isbn. Il libretto si chiamava Parole di giorni lontani ed è con questo titolo che compare adesso nelle edizioni del Mulino (pagg. 146, euro 10): quarantasei brevi capitoli che ad una seconda lettura non hanno perso nulla della loro felicità aneddotica. A cominciare dalla vicenda numero uno, lo scampato nome di battesimo. Che fu Tullio e non Xeno solo perché qualcuno avrà ridotto a più miti consigli e costretti alla resipiscenza i coniugi De Mauro, lui farmacista, lei studentessa di matematica. I due, innamoratisi in un laboratorio di chimica, si erano ripromessi di generare cinque figli, cosa che poi in effetti fecero, e di chiamarli con i nomi dei gas nobili: Argo, Cripto, Elio, Neon, e appunto Xeno. Ma forse l'episodio più significativo, e sul quale mette conto meditare, è quello dell'accerchiamento da parte della gang del Petraro, nugolo di feroci e temutissimi scugnizzi il cui caporione, prima di concedere la grazia al piccolo Tullio che si era avventurato in territorio «nemico», spiegò ai suoi compagni di scorribande: «Guagliù, chiste tènen'e scarpe e parlane taliano. So' figlie 'e signure». Mirabile ritratto di una nazione in cui il grado di istruzione e lo status sociale andavano ancora di pari passo. Aggiunge De Mauro che poco dopo, già negli anni '60, quel legame iniziò ad allentarsi, dando vita alla novità dei poveri-colti e a quella meno commendevole dei ricchi-rozzi. Oggi chissà che lingua parlano, le bande di monelli. Sospettiamo che le brigate di graffitari intente nottetempo a decorare con la vernice spray le mura delle nostre abitazioni si esprimano in un misto di italiano, vernacolo e inglese: ma questa naturalmente è solo un'ipotesi.