Le dediche da Teocrito a Moccia Così l’autore si svela in tre righe

«Se dovessi combattere e morire per una causa, come fecero i miei antenati padani, lo farei per loro». Loro sono moglie e figli di Franco Forte, i veri dedicatari del suo romanzo storico La compagnia della morte, in libreria a breve, ambientato nell’anno domini 1162, battaglia di Legnano, trionfo del Carroccio sul Barbarossa. Il respiro epico del paratesto (gli eruditi definiscono così la dedica, che sta sulla soglia del libro, un piede nel racconto, l’altro nel vissuto dello scrittore), è in armonia con il tenore battagliero della narrazione. Ma è insolito, e attira l’attenzione. Sfogliando i titoli che oggi svettano in cima, ci imbattiamo in dediche più intime, circoscritte. Non è sempre stato così. Un dialoghetto del veronese Giovanni Fratta, Della Dedicatione de’ libri, con la Corretion dell’abuso, 1590, forse il primo trattato sistematico sul tema della dedica - una pratica in auge con l’espandersi della stampa - già sanzionava il malvezzo d’ingraziarsi i potenti con l’untuoso regalo (spesso non richiesto) dell’opera. Il mecenatismo vantava radici classiche.
Nel Rinascimento, tempo di principi e di pontefici avidi di glorie, anche culturali, questo intreccio di letteratura e potere conosceva un rigoglio. Poeti laureati, come Ariosto e Tasso, includevano nelle ottave il cortigiano inchino agli illustri in trono. Poi gli scrittori conquistarono mercati, e con essi una fresca indipendenza. Il loro sovrano diventava il pubblico. Si sentirono liberi di dedicare la fatica a persone più vicine, care: per gratitudine, confessione di un sostegno, riconoscimento di un’amicizia comprensiva o del debito verso un maestro. Appare doveroso dar peso alla dedica, che qualche studioso ormai chiama peritesto, un involucro che aderisce al racconto, lo illumina, lo fa lievitare, denuncia un circuito tra scrittore e ambiente che rende più vibrante la comunicazione con chi legge.
Qualche esempio. Federico Moccia consacra Ho voglia di te «a nonna Elisa e a zia Maria, che cucinavano bene e con amore. E che, quel giorno lì, mi sono venute a trovare...». I tempi verbali al passato suggeriscono l’accorato epitaffio. I puntini di sospensione e l’accenno alla giornata particolare iscrivono il suo paratesto nella categoria dell’allusione. Anche se la vera dedicataria del libro è Gin dei lucchetti al ponte Milvio, il cui «sorriso mi ha raccontato questa storia»: indizio per i critici, alla caccia del nucleo ispirativo, della fonte. Tre metri sopra il cielo mobilita la famiglia: «a mio padre, un grande amico, che mi ha insegnato molto. A mia madre, bellissima, che mi ha insegnato a ridere». La culla, il nido, serbatoio inesauribile di morbide dediche librarie. Senza scomodare Giovanni Pascoli (commovente autodedica «Al povero Zvan che lavora solo per il gusto di lavorare senza aspirazione a gloriola, senza speranza di agiatezza, solo con qualche desideriuccio e illusioncella oh! oh! oh! di far onore al nome santo di suo padre, al nome santo di sua madre... oh! oh! oh!» sull’antiporta di Epos, autografa, non a stampa, come l’altra a «Mariuccina, pia soave sorella, paziente consolatrice e sapiente consigliatrice...») eccoci al campione (oltre che incassi) di dediche domestiche Stephen King. All’incolpevole coniuge Tabita, «A Tabby, che mi ha fatto entrare in questo incubo, e poi me ne ha fatto uscire», Carrie. Ai figli, Naomi, Joseph, Owen «che mi hanno insegnato a essere libero» (mentre «mia madre e mia moglie mi hanno insegnato a essere uomo»), It.
Una pedagogia al contrario, sulla quale Steve ci illumina nella dedica a La bambina che amava Tom Gordon: «a mio figlio Owen, che alla fine ha insegnato a me del gioco del baseball più di quanto io abbia mai insegnato a lui». Potrebbe, questo atleta della pagina, rinunciare alla predica sul suo lavoro, che coincide con il suo stesso vivere? Sigla la ridondante dedica di It con l’aforisma: «Ragazzi, il romanzo è la verità dentro la bugia, e la verità di questo romanzo è semplice: la magia esiste». Più lapidaria la Littizzetto, che indirizza La Jolanda furiosa «ai miei» (ai miei chi? Di casa, fan, amici, amanti, uomini considerati proprietà privata?). Margaret Mazzantini è esplicita. Venuto al mondo va «a Sergio (Castellitto, si suppone), ai figli». Polivalente, enigmatica la dedica del viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra, Gomorra: «a S.», che si potrebbe leggere come Schiavone Carmine, pentito del clan dei casalesi, o Sandokan, il boss suo cugino, o Secondigliano, il quartiere leggendario, o Scarface, il film gangster del 1983, a firma Oliver Stone, con la sua battuta chiave «il mondo è tuo». O come Saviano Roberto, l’autore. Il testo completo dell’esergo è «a S., maledizione», che l’inserisce nel filone delle dediche ambigue, a doppio taglio. Come quella, monumentale, che Baudelaire antepone ai suoi Fiori del male, indirizzando il sublime veleno del suo bouquet poetico «al mago perfetto delle lettere francesi, al carissimo e venerato maestro e amico Teofilo Gautier» al quale «con i sensi della più profonda umiltà» l’autore spedisce l’omaggio «di questi fiori malsani». La dedica all’amico letterato viene da lontano. Teocrito, fulgida firma dell’ellenismo, regala il suo Ciclope a Nicia, un dilettante di poesia, medico di professione. E qui si annida la simpatia polemica della dedica: per certi malanni, come l’amore infelice (Polifemo si macera perché la ninfetta Galatea non lo ricambia) la poesia è la panacea, mentre la blasonata medicina, con tutti i balsami e i rimedi del mondo, resta al palo, impotente. Catullo, con falsa modestia, apre la sua plaquette con la dedica al sodale Cornelio Nepote, un gigante della cultura: e lascia intendere che i faticosi libri storici dell’amico periranno nel tempo, mentre le sue piccole rime sparse, baciate dalla vergine Musa, suoneranno eterne. Ugo Foscolo conta su amici dedicatari, alfieri del neoclassicismo, che marcano la cultura e l’arte di un’epoca. I suoi Sepolcri vanno a Ippolito Pindemonte, le Grazie al mago del marmo, Antonio Canova. Ma Le ultime lettere di Jacopo Ortis vengono spedite al dedicatario più universale e naturale: al Lettore, come «monumento alla virtù sconosciuta». Il lettore, senza il quale ogni scrittore è un ectoplasma, come ben sa Stephen King, che nei vestiboli dei suoi scritti s’arruffiana sempre il fedele lettore (nonché acquirente), e come già ben sapeva Rabelais, che dedicando il suo Gargantua «ai cari amici», metteva le mani avanti, avvertendo che «se leggermi vorrete, liberatevi prima d’ogni affanno, e leggendo non vi scandalizzate» perché nella sua opera «non c’è né miasma, né malanno» ed è meglio «di riso che di pianto scrivere, poiché è dell’uomo e di lui solo il ridere». Galileo Galilei, che seguendo l’uso del tempo, dedicava ai potenti (Granduchi e papi), si rivolge, nella prima pagina del suo Dialogo dei massimi sistemi, al Discreto Lettore: che non è quello di poche parole, che sa serbare i segreti, ma l’uomo scelto, colui che ha «discrezione», capacità critica, e ragiona con la propria testa. Anche se liminari, le dediche meritano attenzione, cariche come sono di umanità, di messaggi e di speranze. Ci fanno scoprire dei mondi. Fa eccezione Andrea Camilleri. Il suo frontespizio è pulito. In medias res, il libro è dedicato a nessuno e a tutti.