Deir Abu Maqar, l’orto miracoloso dell’abate Matta el Meskin

Al monastero copto che un monaco egiziano di grande spiritualità ha trasformato in un Eden verdeggiante, il prestigioso Premio Carlo Scarpa

La Fondazione Benetton di Treviso ha il merito di promuovere uno tra i più singolari tra i molti premi che vengono attivati nel nostro Paese. Si tratta del Premio Carlo Scarpa per il Giardino, volto, in una estensiva accezione del tema, a diffondere una cultura di «governo del paesaggio». Spontanea la titolazione del premio a Carlo Scarpa, il grande architetto veneziano «inventore» di luoghi straordinari come il cortile di Castelvecchio a Verona, il giardino della Fondazione Querini-Stampalia a Venezia, il giardino-sepolcro Brion a San Vito d’Altivole.
Quest’anno è caduta la sedicesima edizione dell’iniziativa, e la giuria presieduta da Lionello Puppi ha deciso di assegnare il premio, consistente nel simbolico «sigillo di Carlo Scarpa» a Deir Abu Maqar, un monastero copto che sorge in Egitto, lungo la strada del deserto tra il Cairo e Alessandria. L’insediamento monastico risale al 360 d.C., l’età dei Padri del deserto, di Antonio, di Macario, di Pacomio, che avevano scelto il deserto egiziano per attuare il loro programma di solitudine e di preghiera. Deir Abu Maqar è stato abitato ininterrottamente da monaci durante gli oltre 1.600 anni della sua esistenza. Tuttavia il premio non è stato tanto motivato da questa storia affascinante, quanto dalle realizzazioni contemporanee, frutto di una sorprendente rinascita.
Nel 1969, l’allora patriarca copto Cirillo VI incaricò Matta el Meskin (Matteo il Meschino), un monaco egiziano dall’eccezionale levatura spirituale (da noi ne ha scritto ripetutamente Enzo Bianchi, priore della comunità di Bose) che aveva già raccolto attorno a sé una comunità di 12 monaci, di trasferirsi nel venerando monastero, ormai popolato solo da 6 vecchi monaci, e di curarne la ripresa. Sotto la guida di Matta el Meskin, in poco meno di un quarantennio, il monastero ha compiuto un cammino prodigioso. Innanzitutto i monaci sono diventati oltre 100, quasi tutti laureati e comunque di elevata preparazione culturale; e poi circa mille ettari di territorio sono stati sottratti al deserto, bonificati, irrigati, trasformati in campi coltivati, orti, giardini, frutteti e pascoli, dando occupazione a 700 lavoratori.
Centro dell’intero intervento è il nuovo insediamento monastico, concepito a forma di anello, che circonda interamente l’antico monastero, questo stesso sottoposto a restauro, compreso lo scavo di strutture coperte dalla sabbia nel corso di secoli. L’anello è costituito dall’affiancarsi di 150 celle monastiche che si aprono a raggera sul territorio bonificato.
Una vicenda in cui si fondono alta spiritualità e operatività concreta. Matta el Meskin, oggi ottantacinquenne, padre spirituale della comunità e vero ispiratore dell’enorme lavoro compiuto a Deir Abu Maqar, ha sintetizzato così il suo programma: «Il cristiano deve costantemente passare da una fede espressa con parole a una fede espressa con l’esperienza». Se si vuole, un altro modo di enunciare il grande motto «Ora et labora», che compendia l’insegnamento di san Benedetto, il maggiore erede occidentale del primo e più grande dei Padri del deserto, Antonio.