«Democrazia in Russia? Non siamo ancora capaci di sceglierla»

Oggi Milano sembra Mosca. «Fa solo meno freddo e si pasteggia a vino e non a vodka». Viktor Erofeev arriva in Italia sotto la neve. «E pensare che noi russi ci precipitiamo da voi per abbronzarci! Che racconterò al ritorno a casa?». Ride e chiede un piatto di pasta. «La pasta è buona sempre, anche senza nessun condimento, come il caviale nero». A tavola con uno degli intellettuali più autorevoli e discussi della Russia contemporanea si parla della «italomania» dei russi, del «nuovo miracolo della libertà individuale» che vive il Paese dagli anni ’90, di stereotipi («che poi non sono tanto lontani dalla verità») e della «rinascita dell’intelligencija russa». Erofeev è noto per il suo impegno civile e le provocazioni letterarie sui costumi dei suoi connazionali. È stato protagonista di una lettera di protesta a Vladimir Putin contro le persecuzioni subite dagli scrittori.
Il suo ultimo libro tradotto in Italia, Il buon Stalin (Einaudi), fa coppia con L’enciclopedia dell’anima russa (Spirali, 2006): «Il primo è la Russia dei sentimenti, il secondo è quella della realtà». Allora parliamo subito di questo. Di realtà.
Cosa è il suo Paese oggi, signor Erofeev?
«La Russia è un racconto di fantasia, una fiaba. Da noi tutto è possibile. Quello che desideri, in qualche modo, puoi sempre averlo. Nel bene e nel male. La definirei una ricca insalata dove trovi di tutto. In questo Paese deve avvenire una riconciliazione totale con la realtà».
E come definire il popolo russo?
«La quintessenza della contraddizione: religiosissimo e depravatissimo, colto e primitivo. Il russo crede di essere il migliore essere umano, ma sa anche di essere la peggiore feccia. La distanza tra il “sì” e il “no” da noi è brevissima. (Avvertimento per gli uomini italiani: quando una donna russa accetta un vostro invito galante non stupitevi di un possibile rifiuto il minuto successivo)».
Stando così le cose, qual è il rapporto con la legge?
«Il russo è convinto che la legge non esista. Di fatto è così terribile che nessuno può accettarla. E allora il modo migliore di vivere è dimenticarsela. In fondo il russo è un essere profondamente immorale, però dotato di una immaginazione formidabile».
E il rapporto con il potere?
«Meglio starne lontani. Da noi più ci si avvicina al potere più si incattivisce, perché è il sistema a essere malato: si basa sulla paura, l’autoritarismo».
Imperialismo, Urss, la «democrazia verticale» di Putin. Sembra che la Russia non sia in grado di cambiare.
«Siamo riusciti a cambiare automobile e mai a cambiare il motore. Una figura come Putin, ad esempio, non è da demonizzare; il problema è strutturale, congenito».
Perché?
«Al momento i russi non possono scegliere la democrazia. Il loro vizio più grave è l’incapacità di autoanalisi. Alla Russia, però, non serve l’autoritarismo e spero che il nuovo presidente Medvedev lo capisca: sarebbe una direzione sbagliata da percorrere».
Che futuro prevede per il suo Paese?
«Se continua così si sgretolerà come una costruzione di Lego. Se vogliamo conservarlo ha bisogno di una base solida, fatta da una società aperta e in piena democrazia».
Che differenza c’è tra la letteratura russa classica e quella contemporanea?
«Nella prima l’uomo era buono ed erano le condizioni intorno a essere cattive. Oggi ci si chiede perché, se l’uomo è buono, le condizioni continuano a essere cattive. È cambiata prospettiva».
Si può parlare ancora di intelligencja?
«L’intelligencja nasce sotto un regime autoritario: un gruppo di persone combatte per la libertà. Dopo il crollo dell’Urss non aveva più senso, ma oggi ne avverto una rinascita: l’appello che stiamo firmando in molti per la grazia a Svetlana Bakhmina (legale della Yukos di Khodorkovsky e in carcere mentre è all’ottavo mese di gravidanza, ndr) ne è un esempio».
In cosa sbaglia l’Occidente verso la Russia?
«Ad augurarle la felicità. La Russia è stata creata per le preghiere, la malinconia e l’infelicità. È la sua condanna e la sua grandezza».