Una deriva alla Greenpeace

Quando Nicolas Sarkozy, dopo la vittoria elettorale, dichiarò, senza che nessuno glielo avesse chiesto, che avrebbe convinto Bush a sottoscrivere il protocollo di Kyoto, ero con altri due amici al ristorante a commentare quella dichiarazione. Uno sbottò; ma è pazzo? Un altro rettificò: no, è un pupazzo (intendeva nelle mani delle lobby delle energie rinnovabili: eolico, fotovoltaico, biocarburanti). A me venne da dire che forse faceva gli interessi della Francia. La Francia produce l’80% dell’energia elettrica che consuma dal nucleare. Anzi, ne esporta quasi 70 miliardi di kWh l’anno, 50 miliardi dei quali arrivano in Italia. Perciò noi paghiamo alla Francia l’equivalente del costo di un reattore nucleare l’anno, e questo da 20 anni: in pratica, un quarto del parco nucleare francese l’abbiamo pagato noi. Una «carbon tax» europea sarebbe, per la Francia, una manna. Darebbe fastidio alla Germania (che produce dal carbone oltre il 50% della sua energia elettrica). Ma metterebbe in ginocchio il nostro Paese.
Il gollista Sarkozy si diverte a infrangere tabù. La sua rivoluzione verde racconta una Francia dove non si costruiranno più autostrade, ma solo ferrovie ad alta velocità, dove i nuovi edifici dovranno produrre più energia di quanta ne consumino e dove si ipotizza perfino la carbon tax. Poi scantona nell’ideologismo: demonizza gli Ogm, usa la parola magica dell’agricoltura biologica, evoca l’apocalisse. E si incammina verso una deriva alla Greenpeace. La conversione di Sarkò è venduta come un «Piano Marshall» per l’ambiente. Ma il suo programma non spende una parola su come finanziare la nuova economia ecologica.
La forza della Francia resta, anche in un ideale mondo biologico, la scelta nucleare. Sarkozy ha enfatizzato che per la fine del secolo non ci sarà più petrolio: ha ragione, ma quello che importa non è quando il petrolio finirà, ma quando si raggiungerà il picco di massima produzione, perché da quel momento in poi la domanda sarà superiore alla produzione. Alcuni dicono che quel picco si raggiungerà fra 20 anni, altri che si è raggiunto lo scorso anno. Io dico che si è raggiunto nel 1980: se invece di guardare alla produzione assoluta di petrolio si guarda alla produzione di petrolio diviso per la popolazione mondiale, allora il picco - è chiarissimo - si è raggiunto nel 1980. Insomma, dal 1980 la Terra produce esseri umani più velocemente di quanto non produca petrolio.
Dobbiamo preoccuparci? No se imitiamo la Francia: se entro la fine del secolo non ci sarà più petrolio, se il gas non sarà messo meglio, e se di carbone si potrà disporre per altri 3 secoli, di energia nucleare ne avremo per decine di migliaia di anni. O ci si attrezza subito o sarà una catastrofe. Gli altri Paesi lo fanno, noi no: la catastrofe sarà solo nostra. Sole e vento? Giudicate voi. Il nostro Paese assorbe 40 gigawatt di potenza elettrica (GWe); per produrre 1 GWe col nucleare è sufficiente impegnare 3 miliardi di euri in 1 reattore; oppure 6 miliardi di euri in 6.000 turbine eoliche; oppure, ancora, 60 miliardi di euri in pannelli fotovoltaici. Dal che potete capire il danno enorme della scelta cosiddetta «ecologica». A cosa servono, allora, l’eolico o il fotovoltaico? A risparmiare combustibile. E se non c’è combustibile da risparmiare per la semplice ragione che non c’è più combustibile, allora eolico e fotovoltaico saranno inutili. Se si usa il nucleare, invece, serviranno a risparmiare combustibile nucleare. Ma quanto? In 25 anni di vita media degli impianti eolici e fotovoltaici, la produzione di 1 GWe da questi avrà fatto risparmiare meno di 1 miliardo di euri. Dite voi se è un affare spendere oggi una cifra compresa fra 6 e 60 miliardi per risparmiarne 1 in 25 anni. E questo solo per 1 GWe, mentre ce ne servono 40. Anzi, al tasso di crescita al 3% della domanda elettrica, fra 25 anni di GWe ce ne serviranno 80.
La lezione, piaccia o no, è questa: l’energia dal sole non è un’energia alternativa e neanche un’energia integrativa. È solo un colossale ostacolo alla produzione di quell’energia abbondante ed economica che è a fondamento della nostra civiltà.