La deriva inarrestabile: l'Italia verso lo statalismo

Arriva in libreria la raccolta degli scritti più importanti di Guido De Ruggiero, il grande storico del liberalismo che lottò contro l’omologazione democratica
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Guido De Ruggiero (1888-1948) non è stato soltanto il più grande storico italiano del liberalismo, ne è stato anche il più grande teorico. Nella sua Storia del liberalismo europeo (1925) egli ci ha dato infatti, nella prima parte del volume, una bellissima storia del sorgere e del maturare delle idee liberali, mentre nella seconda parte ci ha lasciato una serie di riflessioni teoriche che conservano ancor oggi, a distanza di ottantacinque anni, un interesse e un fascino notevolissimi.

Direi che le riflessioni più acute di De Ruggiero sono quelle dedicate al rapporto liberalismo-democrazia. Il pensatore campano ammetteva che i principî sui quali si fonda la concezione democratica sono la logica esplicazione delle premesse ideali del liberalismo.
Tali principî si possono compendiare infatti in queste due formule: estensione dei diritti individuali a tutti i membri della comunità, e diritto del popolo a governarsi da sé (dunque, per questo verso, fra liberalismo e democrazia c’è un rapporto di continuità). Ma De Ruggiero sosteneva poi che sarebbe stato erroneo trarre da ciò la conseguenza di una identificazione completa e senza residui fra liberalismo e democrazia, poiché c’è una diversità profonda di mentalità fra le due concezioni.

Egli sottolineava infatti la grigia uniformità e il conformismo che caratterizzano le grandi società democratiche di massa; i fenomeni di burocratizzazione sempre più estesa che investono la società a tutti i livelli; il diffondersi nelle grandi masse di una mentalità assistenziale, per cui tutti hanno diritto a tutto, indipendentemente dallo sforzo e dal merito individuali, sicché lo Stato viene concepito come il supremo elargitore, che deve garantire il soddisfacimento di tutte le esigenze, senza tener alcun conto degli apporti dei singoli. Acute e profetiche le affermazioni di De Ruggiero a questo proposito. «L’arte - egli diceva - di suscitare dall’interno un bisogno di elevazione, il quale può dare esso solo il senso del valore e dell’uso della conquista, è del tutto ignota alla democrazia, che si appaga di elargire diritti e benefici, la cui gratuità ne costituisce la preventiva svalutazione e la cui non sentita e non compresa utilità ne favorisce la dissipazione».

Queste il pensiero di De Ruggiero nel 1925. In che misura questa ispirazione si è conservata nella sua riflessione nel secondo dopoguerra, quando il pensatore campano aderì al Partito d’azione? Per rispondere a questa domanda è assai utile il libro curato da Caterina Genna, Guido De Ruggiero e La nuova Europa (Franco Angeli, pagg. 396, euro 40), che raccoglie tutti gli articoli pubblicati dal filosofo negli anni 1944-46. È significativo che De Ruggiero mettesse in guardia, nel 1945, verso il liberal-socialismo (un indirizzo dottrinale fondato da Carlo Rosselli negli anni venti del Novecento, e riproposto poi, in modo autonomo e originale, da Guido Calogero e da altri). «Nel liberal-socialismo - dice De Ruggiero - l’accento batte sul secondo termine. E il socialismo non è un nome che possa prendersi in un significato vago e generico, ma è un nome che sottintende tutto un complesso di dottrine e di esperienze ben definite».

In realtà il liberal-socialista è un socialista che vuol giungere alla realizzazione del suo programma salvando, per quanto è possibile, la libertà individuale. «Che questo proposito - dice il filosofo campano - implichi un’attenuazione dei presupposti dittatoriali della sua dottrina è innegabile, ed è anche possibile che esso esiga una revisione dell’originario classismo, ma ciò non toglie che resti intatta la struttura fondamentale del suo pensiero e che l’esigenza della libertà sia in qualche modo secondaria». Il fatto è che il liberalismo dei socialisti è sempre in qualche modo precario e occasionale. «Al vertice della loro concezione starà sempre lo Stato o una data organizzazione sociale, in cui l’individuo, con la sua ragion d’essere propria, scompare. A quegli enti spetterà ogni diritto d’iniziativa, ogni capacità di direzione, ogni autorità d’imporre una disciplina: insomma tutto ciò che in una visione liberale è di pertinenza dei singoli».

L’individuo, la sua attività creatrice nel campo economico e sociale, oltre che nel campo intellettuale e scientifico, i suoi talenti e i suoi meriti, le sue iniziative, i suoi diritti insopprimibili, le sue libere associazioni: ecco i concetti chiave del liberalismo, che li concepisce al di fuori dell’intervento dello Stato, e che nell’estendersi delle funzioni dello Stato vede una costante minaccia. Una concezione, quindi, che il socialismo non può far propria interamente. Il De Ruggiero azionista non se la sentiva di rinnegare questa idea fondamentale, che per la grande maggioranza dei suoi compagni di partito era lettera morta. Si può senz’altro dire che, sotto questo profilo, il pensatore campano era un azionista sui generis, che dell’azionismo non condivideva i presupposti ideali.