DESENZANO Il lago della tranquillità

Un amico al bar: se un politico vuole fallire deve parlare di rinnovamento

Lasciai Leno, il mio paese natale, a sei anni e mezzo. Quando avevo sei anni e mezzo, Leno era un paese di contadini. Oggi è un paese di agricoltori, che è tutt’altra cosa.
Decido di ripercorrere la strada che percorsi nel 1963, una quarantina di chilometri fra Leno e Desenzano del Garda, dov’era la mia nuova casa. Non sono abbastanza smemorato da dimenticare com’erano le strade di allora. Lente e sinuose, erano, modellate lungo i fossi d’irrigazione e quelli di risorgiva, che scorrevano pettinando le loro erbe color verde cupo, tra quinte di pioppi e profili di cascinali.
Già in quei primi anni Sessanta, però, l’industria cominciava a piantare i suoi artigli in quel paradiso (lo ricordo così, dovete scusarmi, ero bambino), e molte ragazze di Leno, anziché attendere ai lavori casalinghi in attesa di un buon matrimonio, andavano a lavorare in una piccola industria, la Co.Bo., in un paese vicino.
La mattina mi svegliava la sirena della Co.Bo., lontana. Io la sentivo perché avevo voglia di sentirla. Oggi la pianura è cosparsa di mille capannoni, e la casa dove sono cresciuto, che un tempo spiccava, nuova e grande, tra la campagna e il vecchio paese, adesso è piccola e vecchia di una vecchiezza ingiustificabile, perché fu costruita negli anni Cinquanta, e quindi non sarà mai antica. Guardandola in mezzo a tanti edifici nuovi, centri commerciali e sedi industriali, ci si domanda cosa ci faccia ancora lì.
L’agricoltore padano non ha quasi più niente del contadino d’antan, che era un poveraccio che si alzava alle tre del mattino, aveva i calli sulle mani e sua moglie andava alla prima messa del mattino, e i suoi figli avrebbero fatto anche loro i contadini. No. L’agricoltore è un imprenditore, prende a lavorare indiani e pakistani, investe il denaro che guadagna non più soltanto in terra, sua moglie ha la Mercedes A e i suoi figli hanno lo gne gne della gente di città.
Il vuoto, la noia, la smania sono come serpenti neri che strisciano qui, nella pianura ricca. I genitori non hanno saputo trasmettere ai figli le ragioni del loro impegno nel lavoro, perché per trasmettere le ragioni ci vogliono non le parole, non i principi astratti, ma la vita. Tutto ciò che si può fare è rendere partecipe il figlio della propria vita. Nient’altro. Camminando per le terre dove sono nato avverto acutamente questo senso di disagio. Padri che si sono defilati, che hanno sottratto la loro vita alla vita dei figli - all’avidità di vita dei figli.
Ma è a Desenzano che voglio tornare, perché a Desenzano ho vissuto tra i sei e i diciannove anni, e poi, più saltuariamente, altri dieci.
La strada non è più la stessa di allora. Mi accorgo che è proprio cambiato il modo di farle, le strade. Prima venivano tracciate lungo i diversi agenti del terreno - rogge, confini comunali o demaniali, terreni a coltivo e terreni a pioppeta, proprietà, frazioni, paesi - come l’ultimo di questi agenti. Erano come segni a matita tirati lungo linee già precedentemente segnate. Prima veniva tutto il resto, poi la strada. Oggi è vero l’opposto. È la strada a determinare il movimento del paesaggio. Più larga, più dritta, la strada accorcia le distanze tra paesi e città, passando alla larga dai centri abitati ma distribuendo uscite e svincoli, moltiplicando la segnaletica. La strada determina convenienze economiche e prezzi degli immobili, stare sulla strada o vicino ad essa è comodo, le consegne si fanno in fretta, i costi si riducono.
Le invasioni barbariche sono state battute sul tempo, qui, dall’invasione delle rotonde. La viabilità ha imposto al paesaggio rotonde dappertutto, e con le rotonde giardini, fioriere, creazioni ingegnose, trionfi di oleandro, fontane di glicine, e ancora sculture in metallo, monumenti per occhi distratti. L’agricoltura non ha più bisogno di cascinali, che si sono trasformati in ristoranti, vendite di miele al dettaglio e all’ingrosso, ricche abitazioni ristrutturate e, con l’avvicinarsi del Lago di Garda, aziende agrituristiche.
Già quando ero ragazzo la domenica mattina guardavo dal balcone di casa mia le folte schiere di persone, soprattutto giovani armati di stereo portatili a tutto volume (e, prima, di mangiacassette e, prima ancora, di mangiadischi) scendere lungo il viale che porta dalla stazione al centro del paese.
Erano di provenienza nostrana. La frase più ricorrente a ingioiellare la bella mattina era enkület dio p... Gente nostra, raccattata dai treni locali a Chiari, o a Rovato, o a Ospitaletto, o a Ghedi, o a Viadana. Questi flussi, che si ripetevano in senso opposto verso il tramonto, hanno sempre fatto parte dell’ecosistema desenzanese, e seguivano i ritmi naturali della vita. E, soprattutto, non hanno mai intasato di traffico le vie d’accesso alla città (così è denominata Desenzano: non paese ma città), che - tolte quelle che arrivano dalle frazioni - si riducono a una: la Statale 11, Padana Superiore.
Oggi i lavori per ultimare la tangenziale che passa alle spalle della città dovrebbero snellire una situazione di paralisi che, dalle feste natalizie e pasquali, si è estesa negli anni alla stagione estiva e poi, praticamente, a tutto l’anno. Code all’entrata e all’uscita, code il lunedì e code il giovedì, code alle otto del mattino e code alle tre del pomeriggio. Entrare a Desenzano è come entrare a Portofino. La percentuale di automobili di lusso ci parla di ricchezza ma anche di un mondo in cui l’automobile è ancora uno status symbol.
Da ragazzo, negli anni Settanta, mi trovavo con gli amici in piazza Malvezzi, il centro del paese (pardon: città) che, con i suoi portici - le «vasche» - e il suo porticciolo, ci parla del passato veneziano. Infatti, sotto l’androne «del Gianni» che porta in una piazza attigua campeggia ancora il mosaico del Leone di S. Marco, mentre è scomparso il negozio più famoso di Desenzano, il «Gianni» appunto, premiato salsamentiere. Dal Gianni si serviva la crème della zona. Ricordo le spese leggendarie del rag. Meneghini, sì, proprio lui, quello della Callas.
Altri tempi. Oggi il centro di Desenzano coincide solo apparentemente con quello di allora. Non è più fatto per i desenzanesi, la sua economia si regge su un altro indotto, serve un’altra clientela. Ci sono sempre state due Desenzano. Per esempio quella diurna e quella notturna (l’offerta di locali notturni, dalla disco al club privé, è sempre stata ricca). Oppure quella estiva e quella invernale. Adesso ci sono anche una Desenzano del centro storico e una Desenzano della periferia (che comincia mezzo chilometro, anche meno, fuori dal centro).
La Desenzano vera, quella che lavora, sta in periferia. La sua economia si regge su un buon equilibrio tra commercio, impresa artigianale e agricoltura. Gli albergatori, che costituiscono una voce importante nel bilancio della città, e che per mestiere si sono sempre lamentati di tutto, adesso si lamentano meno: le cifre parlano di crescita. Qui il surriscaldamento del pianeta, il buco nell’ozono e lo scioglimento dei ghiacciai sembrerebbero quasi buone notizie. Se i costi degli immobili, che hanno raggiunto livelli milanesi (e dunque da delirio) impediscono di metter su casa in centro, resta sempre una periferia dalla quale si può raggiungere il centro in pochi minuti.
Questa Desenzano, fatta di vie tranquille, giardini con glicini e caprifogli, cani dietro i cancelli, è andata via via arricchendosi di quei servizi commerciali - negozi, piccoli supermercati, discount, oltre ai centri commerciali, che qui nascono e muoiono in poco tempo, come l’albero di Giona - che un tempo si trovavano soprattutto in centro. Gli immigrati sono molti, e l’integrazione è soprattutto un’integrazione «alla bresciana», basata essenzialmente sul lavoro. Ora ci si comincia a rendere conto che il lavoro non basta e cominciano a nascere iniziative sociali. In alcuni Paesi d’origine le condizioni sono migliorate, e molti albanesi, per esempio, stanno tornando nel loro Paese - tranne i delinquenti, che stanno meglio qui. Ma anche la delinquenza, fatta di tanti furti e poche rapine, si è adeguata alla vita tranquilla della città, al suo modo tranquillo di digerire i drammi. Ruba, ma con calma.
L’economia del centro di Desenzano è invece un’economia a sé stante, con molti caffè, gelaterie et similia, fatti per il turista - sia stanziale che di passaggio - presentati in una coreografia di negozi di lusso, dove non molti turisti possono permettersi di mettere piede, ma che prosperano ugualmente grazie a un certo numero di ragazze bionde di origine esotica. Non bagasce, ma brave econome, fedeli ai loro pochi ma ricchi amanti fissi. Fanno parte del tranquillo commercio russo della zona. Anche qui: tranquillità.
Adesso capisco quello che intende un vecchio compagno di liceo, con cui siedo a un bar sotto i portici, quando mi spiega che, qui, se un politico vuole fallire, deve parlare di «cambiamento». In questo paese fortunato nessuno ha voglia di cambiare. Nemmeno i ladri, nemmeno le señoritas de amor. Tutti quieti. Si sa che la bomba c’è, nascosta da qualche parte, ma può anche darsi che non esploda nemmeno. Giunta di destra, giunta di sinistra - qui si è capito da molti anni che sono solo parole. Quand’ero ragazzo la sinistra arrabbiata puntava il dito contro i «cementieri» di Desenzano e i loro foschi progetti. Ora che siamo tutti cementieri, scopriamo che di fosco c’è ben poco.
Il mio amico dice che i russi si trovano bene, qui. Da qualche parte nel basso Garda abita addirittura un ministro di un Paese dell’ex-Urss. Pur facendo il ministro, vive qui con la famiglia (e forse fa bene) e si occupa di compravendita immobiliare per conto di qualche miliardario russo. Ma anche questo va bene, perché alimenta l’economia generale, ossia l’artigianato, la piccola industria, il turismo, l’agricoltura, l’agriturismo, la caffetteria, la cioccolateria, la pellicceria...
(8. Continua)