La destra populista francese che sogna una nuova Vandea

«Finirà come nel 1793: vincerà il “no”, non c’era bisogno dei sondaggi. E dopo la Francia toccherà all’Olanda: sarà la fine della Ue delle schiavitù»

Luciano Gulli

nostro inviato a

Saint Gilles (Nantes)

«Finirà come nel marzo del ’93. Il 1793, intendo, quando i contadini e gli artigiani della Vandea e d’Anjou si sollevarono in massa per la difesa della loro fede e della loro libertà minacciate dalla Convenzione».
Benedicte Cannoneau, i capelli biondi girati a crocchia sulla nuca, incrocia fra i tavoli del suo ristorante affacciato sul porto canale di Saint Gilles Croix de Vie servendo montagne di cozze alla marinara e stappando bottiglie di Muscadet. Ogni tanto si ferma. Scarica una bordata contro «quelli di Parigi, Chirac in testa; ma le raccomando quella vecchia lenza di Jospin», e poi riparte, con una nuova zuppiera di cozze fumanti. «Vincerà il no. Non c’era neppure bisogno che li facessero, i sondaggi, almeno dalle nostre parti - dice sicura Benedicte -. Bastava parlare con la gente, sentire i discorsi nei bar, farsi quattro passi nelle nostre campagne e nei nostri cantieri, girare per i negozi di La Roche-sur-Yon, che è un po’ il nostro capoluogo, per capire da che parte tirava il vento. Hanno voluto il referendum? Bene, ora si arrangino».
Sarà per il nome del ristorante, che si chiama «Les Chouans», come i vandeani di tre secoli fa che impugnarono fucili, forche e falci, o per la verve di Benedicte, che tutti giù al porto conoscono: sta di fatto che il ristorante, nelle ultime settimane, è diventato nella zona uno dei punti di riferimento dei partigiani del «no». E quel Sacro Cuore, sormontato dalla croce rossa vandeana che spicca perfino sul menù del ristorante, pare diventato il simbolo della nuova rivolta. No alla Costituzione europea, dunque. No, come ribadisce il visconte Philippe de Villiers, che ha qui la sua roccaforte elettorale, e la sua dimora patrizia, «perché quando si sceglie un presidente della Repubblica tocca tenerselo cinque anni. Ma con questa Costituzione ci incateneremmo per cento. E questa è una Carta che disegna uno spazio mondializzato senza limiti geografici e senza protezione».
De Villiers, presidente del Movimento per la Francia e cattolico tradizionalista, non è l’unico vate della zona. L’altro grande anti-europeo che qui fa man bassa di consensi, è Jean-Marie Le Pen, capo del Fronte nazionale. «I popoli sono più intelligenti di chi li comanda», ha tuonato Le Pen preconizzando la vittoria del «no» e l’«effetto domino» che da Parigi si irradierà nel Vecchio Continente. «Perché dopo i francesi saranno gli olandesi a dire no, e sarà la fine dell’Europa delle schiavitù».
Quando Lionel Frédieu, camicia nera e faccia da impunito (una specie di Gilbert Becaud da giovane) attacca con la solfa dell’idraulico polacco, si accende una specie di mischia fra i tavoli. E sono slogan, berci e risate da bar sport, luoghi comuni sentiti e risentiti alla radio e in tv, masticati e rimasticati dai giornali. Ora, nessuno crede davvero che l’operaio polacco, che secondo una certa direttiva comunitaria del politico olandese Frits Bolkestein potrebbe venire a lavorare in Francia alle stesse condizioni salariali di Stettino arrivi davvero, seguito da orde di suoi connazionali, per togliere il lavoro agli operai francesi. Ma il pretesto - che molti vedono incarnato in una Costituzione che nessuno naturalmente si è preso la briga di leggere - è buono per tirare fuori tutto il malumore, il risentimento, il dispetto per una classe di governo da cui si aspettavano miracoli, in campo economico, e che senza averli compiuti pretende ora di annegare la Francia in un mare magno indistinto che si chiama Europa. «Un mare magno in cui domani, e se non sarà domani sarà certo dopodomani, vedremo anche le facce dei turchi», schiuma Lionel.
Jean-François Martin e Bernard Soufflard, gli amici di Lionel, parlano della disoccupazione, dell’immigrazione musulmana che nessuno più governa; dell’incapacità dell’Europa di trovare una chiave per redistribuire ricchezza, mentre la Costituzione, lontana dall’avere quegli aspetti di protezione sociale affidata allo Stato, viene avvertita («così almeno si dice in giro») come più liberista. E dunque meno attenta ai bisogni delle fasce più deboli. Dietro le loro parole, e gli slogan che hanno sentito alla tele, c’è dell’altro. Quella che si avverte, tra le righe, è anche la rabbia per la perdita d’identità della Francia, del Paese che ha ispirato la stessa idea d’Europa (pensata come una Francia un po’ più grande) e «guarda come sta finendo, con dentro i romeni e i bulgari, e fra un po’ anche i turchi». Nostalgici di un’idea, concimata dal vecchio orgoglio sciovinista, che si è rivelata un’illusione dopo l’allargamento dell’Unione ai Paesi dell’Est.
Voteranno anche gli allevatori e i contadini che governano la campagna ricca e seducente, punteggiata di mucche pezzate, che corre verso l’Atlantico: quelli che hanno imbarcato sussidi su sussidi attaccandosi alle grandi mammelle di Bruxelles. Ma ora che con i soldi comunitari hanno rifatto il parco macchine delle loro aziende, comprandosi trattori nuovi fiammanti e rinnovando i silos delle loro cascine, scoprono che la burocrazia di Bruxelles e la «curvatura del cetriolo» imposta per legge è insopportabile. E allora che altro si aspetta per scaricare un po’ di bile e mettere alla berlina il vecchio Chirac, che ieri sera, alla tele, sembrava un De Gaulle un po’ spompato?

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